La Grillologia è diventata una scienza (non esatta). La seconda forza politica italiana viene studiata da politologi e sociologi. Il M5s (Movimento 5 stelle) è un fenomeno unico al mondo: nessun partito ha preso il 25% alle prime elezioni.
Questo blog indipendente archivia articoli sull'argomento.
Sono un grillologo, a volte grillofilo, a volte grillofobo. Il mio primo articolo su Grillo politico è del 1998. Il primo sui grillini, del 2007.
Mauro Suttora
mercoledì 6 luglio 2016
"Attenti, i grillini sono una setta"
Disillusioni: la pentastellata più votata a Milano si pente e avverte
«Il movimento 5 stelle è pericoloso per la democrazia: fanno il contrario di quel che promettono». Paola Bernetti, vincitrice delle primarie, vuota il sacco dopo anni di attivismo. E rivela i trucchi «con cui un’azienda controlla gli adepti»
di Mauro Suttora
Oggi, 1 giugno 2016
«Il Movimento 5 stelle è pericoloso per la democrazia. Mi sono disiscritta dopo sette anni, soffrendo per l’enorme delusione. Ma non voglio esser complice di quella che potrebbe diventare una dittatura, se i grillini andassero al governo».
Paola Bernetti, 60 anni, libera professionista, è stata la più votata alle primarie M5s per il Senato in tutta Milano e provincia: 200 preferenze, il doppio di tutti i deputati finiti a Roma (tranne una, fedelissima della società Casaleggio & associati).
Ma lei a Roma non c’è mai andata. Con trucchi vari (cordate, doppie candidature, elezioni di parenti), gli ortodossi l’hanno eliminata. Hanno preferito che la seconda città italiana non avesse senatori 5 stelle, piuttosto che tenerla in Parlamento.
Ciononostante, per tre anni e mezzo ha mantenuto il silenzio: «Ho continuato a votarli, pensando che gli altri partiti sono peggio. E poi ho ereditato da mio padre, generale, il senso del dovere: non volevo passare per la solita dissidente che “tradisce” gli amici che ancora ho nel movimento».
Per questo ha rifiutato interviste a tv e giornali nazionali. Ma ora ha deciso di vuotare il sacco. Svelando i meccanismi interni di quella che definisce una vera e propria «setta»: «La mia distanza dal M5s aumentava a ogni espulsione. È stata quella di Federico Pizzarotti, sindaco che amministra egregiamente Parma, ad aprirmi definitivamente gli occhi».
Com’è entrata nei 5 stelle?
«Amore a prima vista, colpo di fulmine, ero cieca. Dal 2006 seguivo il blog di Grillo, poi nel meetup milanese che si nutriva di collettivi negli scantinati, infine la gioia della nascita del M5s nel 2009. Vedevo tante facce pulite, piene di ideali come me, che sognavano di cambiare il mondo. Ci sentivamo molto importanti, pensavamo di fare la storia».
Quando ha avuto i primi dubbi?
«Fino al 2012 l’entusiasmo era tanto: passavo giornate intere a volantinare, anche se il nostro consenso a Milano era solo del 3 per cento. Ai primi malumori verso i vertici venuti dall’Emilia Romagna, dove il M5s aveva già il 10 per cento, mi schierai con Grillo. Pensavo che un movimento con anime così diverse avesse bisogno di una guida forte e centrale».
Quindi accettava l’autoritarismo?
«Vedevo in Grillo un padre padrone, però buono e giusto, che avrebbe sempre e solo fatto gli interessi del M5s guidandoci con disinteresse. Alle prime espulsioni lo giustificai ancora: era giusto cacciare chi danneggiava la nostra immagine. Non mi sfiorava l’idea di essere vittima di una setta, e che io stessa ero diventata un’adepta».
Quando si è svegliata?
«Alle primarie di fine 2012 mi resi conto che i vertici muovevano le fila di tutto, decidendo a loro piacere chi doveva entrare in Parlamento».
Come?
«Ufficialmente tutto avviene online attraverso il portale della Casaleggio srl, ma ogni controllo viene respinto. Sbandierano trasparenza, ma hanno fatto sparire tutti i voti delle “parlamentarie”. I risultati delle primarie per le europee del 2014 li hanno tenuti segreti. Sbandierano coerenza, ma sulla presenza in tv hanno cambiato idea cinque volte, perfino espellendo Federica Salsi per una comparsata tv».
Insomma, proprio tutto negativo?
«Sì. Il Parlamento deve votare una seria legge sulla democrazia all’interno dei partiti. Io non li voterò più: sono diventati un partito demagogico».
Mauro Suttora
GOVERNANO GIA' UN MILIONE DI ITALIANI
Quasi un milione di italiani (920mila in 18 comuni) sono amministrati da sindaci eletti dal M5s in dieci regioni. Eccoli, in ordine di numero di abitanti, con i loro guai giudiziari e politici:
1) Parma dal 2012, 192mila abitanti, sindaco Federico Pizzarotti sospeso in attesa di espulsione, indagato per abuso d'ufficio su esposto di un senatore Pd per una nomina al Teatro Regio.
2) Livorno dal 2014, 159mila ab., sindaco Federico Nogarin indagato per bancarotta fraudolenta dell'azienda di nettezza urbana. Ha contro quattro ex grillini, la sua maggioranza regge per un solo voto.
3) Gela (CL) dal 2015, 76mila ab., sindaco Domenico Messinese espulso dopo che aveva «licenziato» tre assessori 5 stelle.
4) Ragusa dal 2013, 73mila ab., sindaco Federico Piccitto in guerra con il M5s locale dopo aver cacciato gli assessori all'Ambiente e alla Cultura. Tasi tolta e reintrodotta l'anno dopo.
5) Pomezia (RM) dal 2013, 63mila ab., il sindaco Fabio Fucci ha prorogato la gestione rifiuti a una coop vicina a Buzzi di Mafia Capitale. Ha nascosto un avviso di garanzia allo staff di Grillo.
6) Bagheria (PA) dal 2014, 55mila ab., il sindaco Patrizio Cinque ha casa abusiva di famiglia, l'assessore all'Urbanistica Luca Tripoli si è dimesso anch'egli per villa abusiva.
7) Civitavecchia (RM) dal 2014, 53mila ab., il sindaco Antonio Cozzolino ha messo le aliquote massime Irpef e Imu, e alzato la Tari.
8) Quarto (NA) dal 2015, 41mila ab., sindaca Rosa Capuozzo espulsa, Giovanni De Robbio, consigliere grillino più votato, indagato dall'antimafia per corruzione elettorale e tentata estorsione con l'aggravante del favoreggiamento a un'organizzazione camorrista, espulso.
9) Mira (VE) dal 2012, 38mila ab., il sindaco Alvise Maniero a processo per lesioni a un ragazzo rimasto paralizzato nella piscina comunale, causa non rispetto di norme antinfortunio. Ha nominato assessore la moglie di un deputato grillino.
10) Augusta (SR) dal 2015, 36mila ab., il ministro Delrio ha dichiarato che la sindaca Maria Concetta Di Pietro gli parlò bene di un commissario portuale indagato per il petrolio lucano.
11) Venaria Reale (TO) dal 2015, 34mila ab., il sindaco Roberto Falcone ha già perso una consigliera grillina ed è finito in minoranza in vari voti.
12) Assemini (CA) dal 2013, 26mila ab., il sindaco Mario Puddu ha espulso tre consigliere grilline che l'hanno denunciato alla procura per una «giunta ombra».
13) Porto Torres (SS) dal 2015, 22mila ab., il sindaco Sean Christian Wheeler ha espulso la capogruppo 5 stelle fidanzata con un giornalista «nemico».
14) Comacchio (FE) dal 2012, 22mila ab., sindaco Marco Fabbri espulso già nel 2014 per essersi candidato alla provincia.
15) Sedriano (MI) dal 2015, 11mila ab., il sindaco Angelo Cipriani, maresciallo della Guardia di Finanza, guida il primo comune lombardo sciolto per mafia. Ha lasciato l'auto in sosta vietata accompagnando i figli in palestra.
16) Pietraperzia (EN) dal 2015, 7mila ab., il sindaco Antonio Calogero Bevilacqua un mese fa ha subìto un attentato intimidatorio: incendiato il portone di casa.
17) Sarego (VI) dal 2012, 6mila ab., il sindaco Roberto Castiglion aveva promesso di rimettere il mandato ogni anno per una conferma degli elettori, ma poi ci ha ripensato.
18) Montelabbate (PU) dal 2014, 6mila ab., la sindaca Cinzia Totala Ferri ha cancellato il contratto con Equitalia per introdurre una riscossione più soft.
Mauro Suttora
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mercoledì 18 maggio 2016
Feltri: tifo Raggi
Feltri, chi vincerà a Roma il 5 giugno?
«Mi auguro che vincano i 5 Stelle. Per un motivo semplice: se la signora Raggi risolve i problemi di Roma, cosa che mi sembra altamente improbabile, tanto di guadagnato per tutti. Se fa dei pasticci come i suoi predecessori, ci toglieremo finalmente dai coglioni anche i 5 Stelle».
(intervista al settimanale Oggi, 18.5.16)
venerdì 8 aprile 2016
"Piastratissima"
Grillo fa il miracolo: è la Raggi. Sciolto il mistero Bedori: era poco avvenente
di Marco Zonetti
Affari Italiani, 8 aprile 2016
Studio televisivo, make-up da passerella, capelli piastratissimi, ciglia sbattute con civettuolo pudore. No, non va in scena l’intervista all’attrice, modella, cantante, soubrette del momento. Sotto i riflettori c’è invece Virginia Raggi, candidata dell'M5S per la poltrona di sindaco di Roma.
Nel salotto di Otto e mezzo, amministrato da una decisamente soffice Lilli Gruber, la grillina che tenta la scalata al Campidoglio trova l’accogliente atmosfera e il piglio compiacente di un rotocalco pomeridiano. Illuminata da decine di migliaia di watt che neppure Greta Garbo in Mata Hari, la Raggi risplende come una madonnina votiva e risponde alle (particolarmente facili) domande della rossa nazionale e di Massimo Franco, meno incalzante che mai.
È sbalorditivo il lavoro d’immagine effettuato sulla Raggi da parte della Casaleggio & Associati: la mammina paludata in abiti anonimi, e dai capelli scompigliati dal vento sferzante ai gazebo e ai tavoli di raccolta firme, è stata tramutata in una sorta di Penelope Cruz de noantri, che procede nei vagoni della metro C come su un red carpet e che è onnipresente nei talk show televisivi, alla radio, sui giornali emulando l’Alba Parietti “coscia lunga della sinistra” dei vecchi tempi.
Mentre fino a qualche tempo fa i grillini si facevano un vanto di non essere televisivamente accattivanti nonché la bestia nera dei mass media, adesso antepongono la resa estetica alla valenza battagliera delle loro istanze.
Qualche anno fa Grillo auspicava una casalinga ministro delle finanze. Poche settimana fa, la casalinga Patrizia Bedori – candidata sindaco di Milano – è stata messa poco gentilmente alla porta, rea di essere poco convincente dal punto di vista mediatico e di scarsa avvenenza. E gravissime offese all’aspetto fisico della Bedori, secondo quest’ultima, proverrebbero proprio dal mondo pentastellato.
Virginia Raggi sembra essere diventata l’emblema dell’accusa che da più parti e fin dall’inizio viene mossa al m5s, e cioè che i suoi candidati – ed eletti nelle istituzioni a spese degli italiani – siano scelti con meccanismi simili a quelli del televoto nei reality o nei talent show (ma con molti meno voti).
L’aspirante prima cittadina di Roma, sottoposta a un pedissequo e mirato studio sull’immagine da parte di una società di consulenza per le strategie digitali (la Casaleggio & Associati, per l’appunto), porta all’estremo questa dinamica finendo per diventare un personaggio e non più una persona; una cittadina del villaggio globale più che la “semplice cittadina” tanto sbandierata agli albori dell'M5S; una sorta d’incrocio fra una Suor Cristina laica e Marina La Rosa, indimenticata “gatta morta” del primo Grande Fratello.
Il movimento antisistema, quindi, ufficializza con la Raggi il suo posto d’onore nel sistema più potente di tutti: quello mediatico, in cui non conta la verità bensì l’apparenza; non l’essere umano in carne e ossa bensì il simulacro; non il senso civico bensì il senso estetico.
Il dispiego di mezzi per rendere Virginia Raggi più telegenica che mai è, ahinoi, inversamente proporzionale alla quantità dei contenuti veicolati dai suoi discorsi. Basta vederla negli studi di Otto e mezzo: ai quesiti di Gruber-Franco, la grillina riesce a parlare per svariati minuti senza tuttavia dire alcunché, senza dare una sola risposta, senza approfondire un suo punto di vista personale.
L’aspirante sindaco romano del movimento cinque stelle appare ma non c’è, come gli ologrammi evocati dalla sua fata madrina Beppe Grillo, che da Cenerentola sconosciuta e nascosta nei polverosi studi legali a sbrigare fotocopie, l’ha trasformata dalla sera alla mattina – complice Casaleggio – in un’affabulatrice televisiva.
L’incantesimo finirà alla mezzanotte del cinque giugno con una sonora sconfitta, o Virginia Raggi vivrà felice e contenta sulla poltrona di sindaco di Roma? Il problema, almeno per lei, non sussiste: volendo, una poltrona di tronista televisiva non gliela toglierà nessuno.
di Marco Zonetti
Affari Italiani, 8 aprile 2016
Studio televisivo, make-up da passerella, capelli piastratissimi, ciglia sbattute con civettuolo pudore. No, non va in scena l’intervista all’attrice, modella, cantante, soubrette del momento. Sotto i riflettori c’è invece Virginia Raggi, candidata dell'M5S per la poltrona di sindaco di Roma.
Nel salotto di Otto e mezzo, amministrato da una decisamente soffice Lilli Gruber, la grillina che tenta la scalata al Campidoglio trova l’accogliente atmosfera e il piglio compiacente di un rotocalco pomeridiano. Illuminata da decine di migliaia di watt che neppure Greta Garbo in Mata Hari, la Raggi risplende come una madonnina votiva e risponde alle (particolarmente facili) domande della rossa nazionale e di Massimo Franco, meno incalzante che mai.
È sbalorditivo il lavoro d’immagine effettuato sulla Raggi da parte della Casaleggio & Associati: la mammina paludata in abiti anonimi, e dai capelli scompigliati dal vento sferzante ai gazebo e ai tavoli di raccolta firme, è stata tramutata in una sorta di Penelope Cruz de noantri, che procede nei vagoni della metro C come su un red carpet e che è onnipresente nei talk show televisivi, alla radio, sui giornali emulando l’Alba Parietti “coscia lunga della sinistra” dei vecchi tempi.
Mentre fino a qualche tempo fa i grillini si facevano un vanto di non essere televisivamente accattivanti nonché la bestia nera dei mass media, adesso antepongono la resa estetica alla valenza battagliera delle loro istanze.
Qualche anno fa Grillo auspicava una casalinga ministro delle finanze. Poche settimana fa, la casalinga Patrizia Bedori – candidata sindaco di Milano – è stata messa poco gentilmente alla porta, rea di essere poco convincente dal punto di vista mediatico e di scarsa avvenenza. E gravissime offese all’aspetto fisico della Bedori, secondo quest’ultima, proverrebbero proprio dal mondo pentastellato.
Virginia Raggi sembra essere diventata l’emblema dell’accusa che da più parti e fin dall’inizio viene mossa al m5s, e cioè che i suoi candidati – ed eletti nelle istituzioni a spese degli italiani – siano scelti con meccanismi simili a quelli del televoto nei reality o nei talent show (ma con molti meno voti).
L’aspirante prima cittadina di Roma, sottoposta a un pedissequo e mirato studio sull’immagine da parte di una società di consulenza per le strategie digitali (la Casaleggio & Associati, per l’appunto), porta all’estremo questa dinamica finendo per diventare un personaggio e non più una persona; una cittadina del villaggio globale più che la “semplice cittadina” tanto sbandierata agli albori dell'M5S; una sorta d’incrocio fra una Suor Cristina laica e Marina La Rosa, indimenticata “gatta morta” del primo Grande Fratello.
Il movimento antisistema, quindi, ufficializza con la Raggi il suo posto d’onore nel sistema più potente di tutti: quello mediatico, in cui non conta la verità bensì l’apparenza; non l’essere umano in carne e ossa bensì il simulacro; non il senso civico bensì il senso estetico.
Il dispiego di mezzi per rendere Virginia Raggi più telegenica che mai è, ahinoi, inversamente proporzionale alla quantità dei contenuti veicolati dai suoi discorsi. Basta vederla negli studi di Otto e mezzo: ai quesiti di Gruber-Franco, la grillina riesce a parlare per svariati minuti senza tuttavia dire alcunché, senza dare una sola risposta, senza approfondire un suo punto di vista personale.
L’aspirante sindaco romano del movimento cinque stelle appare ma non c’è, come gli ologrammi evocati dalla sua fata madrina Beppe Grillo, che da Cenerentola sconosciuta e nascosta nei polverosi studi legali a sbrigare fotocopie, l’ha trasformata dalla sera alla mattina – complice Casaleggio – in un’affabulatrice televisiva.
L’incantesimo finirà alla mezzanotte del cinque giugno con una sonora sconfitta, o Virginia Raggi vivrà felice e contenta sulla poltrona di sindaco di Roma? Il problema, almeno per lei, non sussiste: volendo, una poltrona di tronista televisiva non gliela toglierà nessuno.
venerdì 4 marzo 2016
mercoledì 2 marzo 2016
Grillo guarda a destra
Corriere della Sera, 2 marzo 2016
di Massimo Franco
E pensare che il Pd accarezzava un’alleanza con Beppe Grillo. Adesso, a causa delle unioni civili, i Dem sono risucchiati a sinistra e Beppe Grillo punta all’elettorato di centrodestra. Quasi volesse fare un anti partito della Nazione moderato.
Era già successo dopo il voto del 2013, quando l’allora segretario Pier Luigi Bersani sognò un accordo con Grillo; e ora, in occasione della legge sulle unioni civili, Renzi era certo di un’intesa col Movimento.
E invece, mentre i Dem si dividono su Verdini e l’ex segretario Bersani ripete di non volere scissioni, il M5S si smarca da tutto; e può accentuare il profilo di movimento che guarda in tutte le direzioni: soprattutto a destra. La candidatura di Virginia Raggi a Roma non è una scelta isolata.
Riflette una virata in atto nell’intero gruppo dirigente nazionale. La rottura con la sinistra sulle adozioni per le coppie omosessuali si sta rivelando l’occasione per ridefinire le proprie coordinate; e per accentuare un’attenzione verso l’elettorato abbandonato dalla crisi del berlusconismo e dall’estremismo xenofobo leghista.
Più Palazzo Chigi mostra di condividere le istanze delle organizzazioni gay, più la cerchia grillina se ne dissocia. Già era emerso un avvicinamento agli ambienti cattolici per il Family Day. Ora la strategia è vistosa: quasi Beppe Grillo pensasse a un anti-«partito della Nazione» moderato.
Renzi appare risucchiato a sinistra. Il suo candidato a Milano, Giuseppe Sala, si prepara all’accordo con il Sel di Nichi Vendola. E, quasi di rimbalzo, il M5S piega il suo trasversalismo in direzione dei voti moderati. Attacca frontalmente la pratica dell’«utero in affitto» alla quale ha fatto ricorso Vendola in California per avere un figlio. Accusa il Pd di voler riproporre alla Camera la legge sulle adozioni solo «per ingraziarsi le associazioni gay che sono arrabbiate», sostiene Luigi Di Maio.
Il vicepresidente della Camera del M5S aggiunge che «non ci sono voti di centrodestra e di centrosinistra». E propone che sia un referendum popolare a decidere se le coppie omosessuali possano adottare bambini: risultato che non otterrà, ma che intercetta la contrarietà di una fetta maggioritaria di italiani. E questo mentre un altro membro del direttorio del M5S, Alessandro Di Battista, ricorda che Vendola è stato rinviato a giudizio per il disastro ambientale dell’Ilva di Taranto.
Si indovina un doppio calcolo: sottolineare lo spostamento a sinistra del Pd in vista delle amministrative di giugno; e attirare pezzi di elettorato deluso. Si tratta di un’operazione spregiudicata, ma resa facile dall’eterogeneità del M5S e dalle controverse trasparenze della «rete». Smentisce i luoghi comuni su un Grillo di sinistra e soprattutto su consensi strappati solo a Pd e Sel. Il vero, capiente serbatoio dell’astensione, in realtà, sembra essere quello di chi appoggiava quel populismo dall’alto, che Silvio Berlusconi ha incarnato a lungo.
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mercoledì 10 febbraio 2016
Multe, caserme e vincolo di mandato
Casaleggio minaccia gli eletti grillini di multa stratosferica (150mila euro per consiglieri comunali che ne prendono 1000 al mese) in caso di violazione del vincolo di mandato.
Ma quale mandato? Esempio concreto: vendere tutta la Rai tranne un canale per il servizio pubblico. Era scritto nel programma 5 stelle. Ora non più. Risparmio la discussione sul perché. Ma domando: chi ha "tradito"? In questo caso nessuno. A torto o a ragione, dopo qualche mese di presidenza vigilanza Rai, Fico e Casaleggio (non un voto online) hanno deciso che è meglio accantonare questo punto. Ma un elettore 5 stelle (o un portavoce) può contestare questa decisione, e sentirsi "tradito".
Insomma, questo per dire che in politica le cose cambiano, le visioni possono divergere e le versioni pure. Si chiama, appunto, "libero dibattito". O fluire della realtà. O differenza fra autoritarismo e libertarismo. Fra movimento e caserma.
Quindi è puerile illudersi di imporre disciplina minacciando multe. Altrimenti qualcuno potrebbe chiedere di multare Casaleggio per violazione del vincolo di mandato (di tutto il suo movimento) sulla Rai
Ma quale mandato? Esempio concreto: vendere tutta la Rai tranne un canale per il servizio pubblico. Era scritto nel programma 5 stelle. Ora non più. Risparmio la discussione sul perché. Ma domando: chi ha "tradito"? In questo caso nessuno. A torto o a ragione, dopo qualche mese di presidenza vigilanza Rai, Fico e Casaleggio (non un voto online) hanno deciso che è meglio accantonare questo punto. Ma un elettore 5 stelle (o un portavoce) può contestare questa decisione, e sentirsi "tradito".
Insomma, questo per dire che in politica le cose cambiano, le visioni possono divergere e le versioni pure. Si chiama, appunto, "libero dibattito". O fluire della realtà. O differenza fra autoritarismo e libertarismo. Fra movimento e caserma.
Quindi è puerile illudersi di imporre disciplina minacciando multe. Altrimenti qualcuno potrebbe chiedere di multare Casaleggio per violazione del vincolo di mandato (di tutto il suo movimento) sulla Rai
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