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mercoledì 2 marzo 2016

Grillo guarda a destra

Corriere della Sera, 2 marzo 2016

di Massimo Franco

E pensare che il Pd accarezzava un’alleanza con Beppe Grillo. Adesso, a causa delle unioni civili, i Dem sono risucchiati a sinistra e Beppe Grillo punta all’elettorato di centrodestra. Quasi volesse fare un anti partito della Nazione moderato.

Era già successo dopo il voto del 2013, quando l’allora segretario Pier Luigi Bersani sognò un accordo con Grillo; e ora, in occasione della legge sulle unioni civili, Renzi era certo di un’intesa col Movimento.

E invece, mentre i Dem si dividono su Verdini e l’ex segretario Bersani ripete di non volere scissioni, il M5S si smarca da tutto; e può accentuare il profilo di movimento che guarda in tutte le direzioni: soprattutto a destra. La candidatura di Virginia Raggi a Roma non è una scelta isolata.

Riflette una virata in atto nell’intero gruppo dirigente nazionale. La rottura con la sinistra sulle adozioni per le coppie omosessuali si sta rivelando l’occasione per ridefinire le proprie coordinate; e per accentuare un’attenzione verso l’elettorato abbandonato dalla crisi del berlusconismo e dall’estremismo xenofobo leghista. 

Più Palazzo Chigi mostra di condividere le istanze delle organizzazioni gay, più la cerchia grillina se ne dissocia. Già era emerso un avvicinamento agli ambienti cattolici per il Family Day. Ora la strategia è vistosa: quasi Beppe Grillo pensasse a un anti-«partito della Nazione» moderato.

Renzi appare risucchiato a sinistra. Il suo candidato a Milano, Giuseppe Sala, si prepara all’accordo con il Sel di Nichi Vendola. E, quasi di rimbalzo, il M5S piega il suo trasversalismo in direzione dei voti moderati. Attacca frontalmente la pratica dell’«utero in affitto» alla quale ha fatto ricorso Vendola in California per avere un figlio. Accusa il Pd di voler riproporre alla Camera la legge sulle adozioni solo «per ingraziarsi le associazioni gay che sono arrabbiate», sostiene Luigi Di Maio.

Il vicepresidente della Camera del M5S aggiunge che «non ci sono voti di centrodestra e di centrosinistra». E propone che sia un referendum popolare a decidere se le coppie omosessuali possano adottare bambini: risultato che non otterrà, ma che intercetta la contrarietà di una fetta maggioritaria di italiani. E questo mentre un altro membro del direttorio del M5S, Alessandro Di Battista, ricorda che Vendola è stato rinviato a giudizio per il disastro ambientale dell’Ilva di Taranto.

Si indovina un doppio calcolo: sottolineare lo spostamento a sinistra del Pd in vista delle amministrative di giugno; e attirare pezzi di elettorato deluso. Si tratta di un’operazione spregiudicata, ma resa facile dall’eterogeneità del M5S e dalle controverse trasparenze della «rete». Smentisce i luoghi comuni su un Grillo di sinistra e soprattutto su consensi strappati solo a Pd e Sel. Il vero, capiente serbatoio dell’astensione, in realtà, sembra essere quello di chi appoggiava quel populismo dall’alto, che Silvio Berlusconi ha incarnato a lungo.

venerdì 11 settembre 2015

Porro: Lezzi sì, Taverna no

Nicola Porro, conduttore di Virus (Rai2), intervistato da Italia Oggi il 10 settembre 2015:  
(…)
D. I grillini, che hanno cambiato attitudine verso la tv, le interessano?
R. Su di loro ho un'idea precisa: alcuni di loro che sono arruffa popolo, sono figli di una cultura antagonista. E quelli, da me, hanno pessimo risultato, perché il mio pubblico non la vuole sentire da nessuno. Però...
D. Però?
R. Però una parte del M5s cerca di raccontare bene i motivi, le prese di posizione e si sta sganciando da un tic allucinante, che è il veleno della politica moderna, ossia che una cosa è autentica «perché l'ho letta su Internet». Ecco, quella è vera classe dirigente, è già entrata nel palazzo.
D. Insomma un Luigi Di Maio lo vedremo a Virus mentre non ci sarà Alessandro Di Battista.
R. Perfetto. Come vedrà una Barbara Lezzi e non certo una... Non mi viene in mente un analogo femminile di Di Battista.
D. Facciamo un'altra romana come Paola Taverna? 
R. Ah, perfetta. Lezzi sì, Taverna no.
(…)

mercoledì 19 agosto 2015

Grillo si ritira?


di Mauro Suttora

Oggi, 19 agosto 2015

«No, secondo me non si ritira. Al massimo si prenderà più spazio per altre cose. Ma lo faremo tutti noi parlamentari: dopo due legislature torneremo al nostro lavoro. Tranne chi il lavoro non ce l'aveva, e allora magari farà il politico a vita».

La senatrice Serenella Fucksia è una dei pochi grillini che possono permettersi di parlar chiaro: né fedelissima né dissidente, non ha ambizioni di carriera. E commenta così l'annuncio di Beppe Grillo, che ha dichiarato: «Il Movimento 5 stelle può andare avanti anche senza di me. Io ho un'età pazzesca, una famiglia. Rimarrò solo per far rispettare le regole».

Ma come? Proprio adesso che alcuni sondaggi lo danno al 26%, a soli tre punti dal Pd in drastico calo di Matteo Renzi? Non è un mistero che, in Sicilia come a Roma, se le attuali giunte Pd cadessero, primo partito diventerebbe il M5s. E nel 2016 si voterà a Milano, Torino, Bologna e Napoli.

Mai le prospettive dei grillini sono apparse così rosee. Il seminario Ambrosetti di Cernobbio ha invitato al suo summit settembrino sul lago di Como il più esagitato dei deputati 5 stelle, Alessandro Di Battista. Che è l’opposto del collega Luigi Di Maio, come stile e contenuti. E se il convegno dei poteri forti italiani prende sul serio Di Battista, nominato per le sue sparate «politico cialtrone dell'anno» dal New York Times, vuol dire che un approdo al governo dei grillini non è più escluso.

«Grillo non si ritira, e nessuno di noi lascerà campo libero a questi delinquenti», taglia corto la senatrice Paola Taverna. Ma, al di là dei proclami, i grillini si sono ammansiti. Sulla Rai, per esempio, hanno compiuto un'inversione a U. Volevano vendere, smembrare, privatizzare il simbolo dell'odiata partitocrazia (tranne un canale per il servizio pubblico). Tutto dimenticato. 
Ora partecipano tranquillamente alla spartizione dei consiglieri d'amministrazione: hanno nominato Claudio Freccero (ex berlusconiano oggi estremista di sinistra) nel posto a loro riservato. Freccero ha ipotizzato un ritorno di Grillo in Rai, come comico. E Grillo non lo ha escluso, anche se lui stesso capisce che è impossibile, finché guida il secondo partito italiano.

«Beppe prenderà piano piano le distanze dal suo movimento, pur rimanendone il guru», prevede Massimo Fini, uno dei rari intellettuali simpatizzanti dei 5 stelle. «Ha speso moltissime energie negli ultimi anni, sua moglie vorrebbe che rallentasse».

Ma i grillini possono andare avanti senza il loro capo assoluto? «No, non riusciranno a scalzare i politici professionisti. Quelli sono troppo abili. Non vedo in giro la capacità di opporsi alla cultura mafiosa e familista prevalente, che vent'anni fa riuscì a neutralizzare la ben più strutturata Lega Nord».

Meno pessimista Fucksia: «Anche se perderemo i connotati iniziali, lasceremo comunque la nostra impronta nel mondo reale. Magari ci trasformeremo, ci riadatteremo, o verremo sostituiti da altri. Ma nei libri di storia Grillo c'è già entrato. E abbiamo indotto al cambiamento gli altri partiti».

Al di là dei proclami e dei sogni, però, ci sono realtà prosaiche. Il reddito di Grillo nel 2014 è calato a 180mila euro rispetto ai 220 mila dell'anno precedente. E per un uomo di spettacolo abituato a guadagnare quattro milioni l'anno riempiendo i palasport, rinunciare al lavoro è difficile.

Stesso discorso per il braccio destro Gianroberto Casaleggio: la sua società è finita in deficit di 150mila euro (su due milioni di fatturato), rispetto all'attivo di 250mila del 2013. Il blog non tira più, e le migliaia di post condivisi su Facebook dagli attivisti non fruttano un centesimo.

Vero è che i 17 eurodeputati incassano 34mila euro mensili ciascuno (promettevano di tenerne solo 2.500), e che le «restituzioni» dei parlamentari nazionali sono sempre più misere, perché spendono i loro 15mila mensili anche per far funzionare il movimento.
Ma l'addio di un quarto dei senatori e di una ventina di deputati si è fatto sentire, riducendo il finanziamento pubblico ai gruppi parlamentari. Le firme racimolate in sei mesi contro l'euro sono state appena 200mila: meno di quelle raccolte in un solo giorno di Vaffaday nel 2008.
            
Insomma, la struttura è di cartone. Quanto alle idee, appena arriva un problema concreto si sfaldano. Sull'immigrazione, per esempio, il rigore proposto ufficialmente sul blog di Grillo dal consigliere comunale torinese Vittorio Bertola è stato rifiutato dal senatore «aperturista» Maurizio Buccarella. Sul quale però è subito piombata la scomunica di Beppe.

«Ma tutti sappiamo che non è Grillo a gestire il movimento, anche se sette su dieci dei nostri elettori hanno votato lui personalmente, e non il movimento», commenta Ernesto "Tinazzi" Leone, decano scomunicato degli attivisti romani. «Abbiamo tanti leaderini che ormai si esprimono da democristiani, attenti a non rompere delicati equilibri interni».
Mauro Suttora


INVECE QUESTI SONO ETERNI

«Ci vuole un fisico bestiale», cantava Luca Carboni. E per fare il politico necessita anche la tigna di sentirsi indispensabili. Non sono pochi, nel Palazzo, gli ottuagenari che, invece di dedicarsi al golf, resistono ad ogni rottamazione.
 
L’ex presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, per esempio, ultimamente sta inondando di lettere i principali giornali italiani. Difende la controversa riforma del Senato di Maria Elena Boschi, manco l’avesse scritta lui.

Silvio Berlusconi, che il 29 settembre compie 79 anni, ha fatto fuori tutti i suoi delfini. Per ultimo l’attempato Denis Verdini, che in pratica aveva governato l’Italia con Matteo Renzi dopo il patto del Nazareno del gennaio 2014.

Marco Pannella ha passato come sempre il Ferragosto visitando i carcerati, questa volta nella sua Teramo. Attività nobile, ma allarmante per il presidente Sergio Mattarella che lo implora: «Interrompi il digiuno». In realtà Marco si nutre di melone.

martedì 19 agosto 2014

Merlo, Dibba e il Califfo


MEGLIO I DIAVOLI O I MINCHIONI?

Di Battista, il Kissinger di Grillo, fa l’elogio dei terroristi dell’Isis

di Francesco Merlo

17 agosto 2014 la Repubblica

Meglio i diavoli o i minchioni? C’è anche l’elogio babbione del terrorismo dell’Isis (“sola arma rimasta a chi si ribella”) dentro ai lunghi e scombiccherati manifesti di politica estera di Alessandro Di Battista, il Kissinger di Beppe Grillo, ispirato alle e-patacche del Web, università Casaleggio Associati. Nulla a che vedere con i mille Satanasso d’antan a cui eravamo abituati e che erano ispirati a cattivi maestri blasonati d’accademia. Gli amici di Gheddafi, di Saddam, di Khomeini, di Fidel Castro e del sub comandante Marcos, ma anche i nazimaoisti, i Nar filo falangisti libanesi, e gli antisomozisti di Terza Posizione, i filobrigatisti e i simpatizzanti di Pol Pot sino ai troskisti e ai filgi di Stalin erano tutti armati di libri veri, dai classici maltrattati di Gramsci e Togliatti, e poi Foucault ed Althusser, passando per la tigre Evola, per De Benoist e per ‘I Proscritti’ di Von Solomon sino ai Nomadi di Attali e all’Impero di Toni Negri.


E invece Di Battista che è, nientemeno, il vicepresidente della Commissione Esteri della Camera, ritrova nel messianesimo squinternato di Casaleggio il brodo della destra antiamericana, contro le multinazionali e contro l’Occidente, dentro al quale era cresciuto grazie al papà ultramissino. E frullandolo con vecchi fantasmi di sinistra e con l’antisemitismo di Grillo qua e là persino si imbatte – per errore – in qualcosa di vero, ma non ha piu bisogno di citare Marx o Heidegger perché ha ben altri maestri: “come disse Beppe Grillo in uno dei suoi spettacoli illuminanti…” .


Dunque Di Battista, che già aveva raccontato le sue avventure d’autostop in Centroamerica con un libro inchiesta intitolato “I sicari a cinque euro” edito da Casaleggio, ieri ha appunto pubblicato sul blog della casa il libretto rosso della politica estera grillina che, senza offesa, non è possibile prendere sul serio né con l’indignazione né con l’analisi critica neppure per demolirlo benché cominci subito con un errore blu definendo “tre popolazioni” i curdi, i sunniti e gli sciiti, che in geopolitica è come scrivere squola con la q.


La verità è che si tratta di un insaccato misto del cattivo umore e dell’irresponsabilità del web, dove c’ è ovviamente la Cia, perché non c’è bomba e non c’ è delitto e non c’ è dittatore che Di Battista non attribuisca alla k di Amerika: “Mi domando per quale razza di motivo si prova orrore per il terrorismo islamico e non per i colpi di stato della Cia”. E così evoca un gorgo, un maëlstrom di schifezze, che coinvolge Opec, United Fruit company, Eni, Cosa Nostra, Enrico Mattei, Buscetta, Giovanni Falcone, Mauro De Mauro, Donald Rumsfeld, l’11 settembre “ che è panacea per il grande capitale americano”…

E’ una grandine di acronimi, sigle e nomi che piovono come droni: i Paesi dell’ALBA, il Ttip, l’Iraq Petroleum Company, Qasim, le sette sorelle, il Desert storm, e ancora Lokheed Martin, Boko Haram, Al-Bakr… E’ insomma una specie di parodia del linguaggio da Foreign Office a cura di Beppe Grillo, un goliardico copia-incolla alla Travaglio, che è forse l’unico tazebao a cui questi jihadisti a 5 stelle si appoggiano, la sola prosa scritta fuori dal web che frequentano: Travaglio è il loro Althusser.


Senza addentrarci nel già noto antisemitismo di Grillo, ovviamente riecheggiato da Di Battista, e nel solito, ormai scontato verminaio di disprezzo, insulti e gogne, è giusto ricordare come attenuante clinica l’autobiografia da Chatwin samaritano di cui va fiero questo povero deputato che se fosse al posto dei terroristi dell’Isis “ una sola strada avrei per difendermi a parte le tecniche non violente che sono le migliori: caricarmi di esplosivo e farmi saltare in aria in una metropolitana” .


Sempre in giro in Patagonia, Cile, Bolivia, Amazzonia, Ecuador, Colombia, Perù e Nicaragua… è stato “cooperante in Guatemala” e nessuno sa cosa significa ma ha un bel suono da grillino planetario, ovviamente in autostop, ben al di là del famoso “giro e vedo di gente” di Nanni Moretti. Ancora più densa di umanità grillina è l’auto qualifica di “specialista di microcredito in Congo”. Ma ecco il più misterioso e dunque affascinante lavoro di Di Battista: “Ho curato progetti di sviluppo nei Paesi australi”.


Laureato in spettacolo a ‘Roma tre’, avrebbe voluto fare l’attore e dunque tentò, purtroppo invano, un provino per Amici. Gli è però rimasta la voglia di farsi protagonista: “Sono pronto a fare il premier” disse a Daria Bignardi. E ha infatti partecipato a tutte le zuffe politiche riprese dalla televisione. Provocare per apparire è il disturbo catodico che lo rende mattacchione, pronto a dare dell’indecente alla Boldrini o a scrivere appunto l’elogio dei macellai dell Isis, di cui vi risparmiamo altri particolari, ma anche a battersi per fare una legge “contro la bistecca”, “perché la carne fa male”, e può ben dirlo lui che dice di essersi “occupato di Diritto dell’alimentazione per conto dell’Unesco”.


Tutti lo ricordiamo quando al troppo mite Roberto Speranza ripeteva, come un invasato:” Tagliati lo stipendio, tagliati lo stipendio, tagliati lo stipendio. Gli italiani hanno fame e voi gli avete tolto il pane” . E subito dopo, fisso sulla telecamera, con un’intransigenza da eroe nazionale: “Guardategli gli occhi, io li ho visti. Bisogna guardare gli occhi a questa gente per capire che vogliono fare gli interessi dei banchieri”.

Insomma è un picchiatello il grillino al quale ora piace il Califfato e vorrebbe “trattare” con i tagliagole, “elevarli a interlocutori” perché il terrorista “non è un soggetto disumano con il quale non si può parlare…”. Ecco: con la mafia no, con Berlusconi mai, ma all’Isis Di Battista offre lo streaming…


Abbiamo avuto nel nostro Parlamento diavoli in forma di ladri e di mafiosi, ora abbiamo i Giufà e i Bertoldo di cui Di Battista è in fondo il caso limite, il più goffo e il più ingenuo nella nuova classe dirigente di pasticcioni e di inadeguati velleitari. Ed è il solo che nessuno prenderà sul serio nella dilagante minchioneria infantile che è la fase terminale della crisi italiana. Meglio i diavoli dei minchioni.

lunedì 2 dicembre 2013

Genova, 2 dicembre: Corsera

SOTTO IL PALCO I PARLAMENTARI RACCOLGONO SFOGHI: LO DIREMO A BEPPE. IL CORO «A CASA» COME NELLE PRIME PONTIDA

Tutti i no in piazza, lo scontento si raduna
Dai comitati «anti» ai singoli cittadini E il leader ora vuole parlare alle imprese

di Marco Imarisio

Corriere della Sera, 2 dicembre 2013

GENOVA. «Ne voglio due». All'ingresso della piazza c'è una bancarella che vende solo le maschere in plastica di V per vendetta. Il pensionato Emilio Borghini procede al doppio acquisto. «È qui per il possibile video-messaggio di Julian Assange?». «No», è la risposta. «Le ho viste in un film su Canale 5 e ho deciso di regalarle ai miei nipotini». 

Al gran bazar dello scontento ci sono tutti i «no» possibili e immaginabili, dalla Gronda al Tav, al Terzo valico. L'Associazione nazionale pubblici esercizi vuole dire basta ai vantaggi di banche, assicurazioni e multinazionali, gli ecologisti di Savona sono contro la centrale a carbone, un gruppo di bancari arrivato da Imola espone invece uno striscione contro la Sovranità monetaria. Il gassificatore di Ponente, gli autoferrotranvieri di Genova, la causa collettiva per il rimborso delle bollette dell'acqua, la pianificazione territoriale che manca in Veneto. 

I parlamentari del Movimento Cinque stelle sono sotto i loro gazebo, lontano e dalla parte opposta dal palco. «A illustrare le attività e i risultati conseguiti in Parlamento», c'è scritto sul volantino che assegna loro un ruolo. In realtà fanno altro. Ascoltano, raccolgono sfoghi individuali, la gente si mette in coda per raccontare torti subiti, veri o presunti che siano, non importa. Paola Taverna, attuale capogruppo al Senato, e gli altri, prendono appunti a getto continuo, fanno sempre e comunque grandi cenni di assenso. «Hai ragione, lo diremo a Beppe». Avanti un altro. 

I numeri di chi c'era dicono poco. Quel che conta è il modo. Una coppia di Brescia incrocia Vito Crimi e gli chiede di posare per una foto con i loro bambini in passeggino. La signora di Sassello si fa largo per donare i suoi biscotti fatti in casa ad Alessandro Di Battista. Non sono note di colore, almeno non dovrebbero, ma piuttosto il segno di un senso di appartenenza ormai forte. Il Movimento Cinque Stelle ha fatto fuori la concorrenza, ormai siamo in regime di monopolio della protesta. La catalizzazione del mal di pancia rimane la principale caratteristica della creatura di Casaleggio e Grillo. 

«Tutti a casa» grida dal palco il presentatore, invitando il pubblico a ripetere in coro, sempre più forte. «Per farlo sentire anche a quelli di Roma». A chiudere degli occhi e lasciarsi andare ai ricordi, vengono in mente le prime Pontida della Lega Nord, lo stesso slogan, lo stesso crescendo, dedicato ai politici della Capitale, per definizione ladrona. 

«Vale la pena di essere qui anche perché potresti incontrare l'uomo e la donna della tua vita» suggeriscono dal palco. L'invito alla tenerezza non viene raccolto, è troppo forte la prima pulsione, l'istinto primario che prevale in piazza della Vittoria è quello della protesta, del tutti a casa. Il resto non interessa, viene comunque dopo la rabbia. Non c'è l'illusione o la speranza in un altro mondo possibile, come quello dei no global. Il pensiero unico è sempre quello. 

Quando Grillo stempera il suo consueto furore da comizio in un lirismo da utopia, immaginando una società libera anche da un lavoro «che è schiavitù e deve essere ripensato», viene riportato a più miti consigli proprio dalla sua gente. «Tutti a casa, tutti a casa» è il grido che sale dalla piazza. Sempre più forte. È costretto a interrompersi, come un cantante che davanti a una platea adorante attacca una canzone sgradita al pubblico e deve subito tornare a strofe più familiari e apprezzate. «Dice sempre le stesse cose» sospira Sara, universitaria genovese. «Però le dice bene» aggiunge. 

È come se il canone del V-Day dovesse rimanere immutato, l'evoluzione della specie a Cinque Stelle non è ancora compiuta. La parte macro-economica, chiamiamola così, del discorso del leader, scivola via nella ghiacciaia di piazza Vittoria, quasi indifferente. «Ma insomma, dove vuole arrivare?» chiede il pensionato Emilio. I rifiuti zero, la decrescita, il ritorno alla natura, scorrono come acqua sulla roccia. Quando attacca il presidente della Repubblica, allora è tutto più chiaro, più facile. Bordate di fischi nei suoi confronti, ovazione ad ogni anatema contro politici e banchieri. 

Lo schema è fisso, ripetuto all'infinito. Ci saranno sicuramente eccezioni, ma nella sua veduta d'insieme, il pubblico di questa terza adunata nazionale vuole quello, il collante di una platea che mischia fasce di età ben diverse tra loro era e resta un gigantesco «Vaffa,», come da ragione sociale dell'evento. Grillo capisce subito l'antifona, il fiatone avanza ma l'istinto rimane, animale e immediato. Torna sui sentieri familiari della politica-zero, lascia capire qual è il suo obiettivo di breve termine in vista delle elezioni europee. 

Se il M5S è diventato un contenitore della protesta, deve essere riempito fino in fondo. Nella consueta scomposizione di un comizio che ripropone sempre lo stesso canovaccio, con frasi talvolta identiche, oggi la riproposta dei dazi doganali in aiuto della imprese italiane vessate dalla Cina cattiva e dall'Unione europea «che ci strangola», conferma la voglia, già dichiarata, di annettersi la protesta delle piccole e medie imprese, di commercianti e artigiani, il ceto medio in via di estinzione che M5S vuole salvare, e conquistare. 

«Tutti a casa, tutti a casa». Il coro lo accompagna mentre scende dal palco. La seconda parte è dedicata alla prospettiva di lungo periodo, con la costruzione di un modello di consumi e di società alternativo. Quando cominciano a parlare ecologisti, architetti, criminologi norvegesi, la piazza si svuota per metà. Il «Vaffa» c'è tutto. «Oltre» non si intravede ancora il mondo di domani, ma soltanto la rabbia di oggi. 
Marco Imarisio

martedì 5 novembre 2013

Pranzi da 1.300 euro al mese

I GRILLINI PIU' VORACI DEL PD

Ecco i rimborsi spese del M5S in Parlamento: dal vitto del deputato Fico all'affitto da 12mila euro di Marta Grande
di Paolo Bracalini
Il Giornale, 5 novembre 2013 
Più di 1,5 milioni di euro restituiti dai parlamentari M5S nei primi 75 giorni di legislatura, ligi all'impegno preso dal leader Beppe Grillo («Restituiremo quel che non serve della diaria, chi non ci sta è fuori»), non senza diversi mal di pancia sul quantum di diaria da tenere, poi rientrati.

Un bel risparmio di soldi pubblici. Ma è talmente generoso il Parlamento italiano coi suoi senatori e deputati, che anche con gli «avanzi» i parlamentari M5S si sono pagati parecchie spese. Il rendiconto - anche qui, nota di merito per i grillini - lo pubblicano loro stessi sul sito dei gruppi, piuttosto dettagliato. Si scoprono così, tra i noleggi di biciclette, la pizza coi colleghi e i rimborsi del bus, anche uscite più consistenti.
Come quelle di Marta Grande, giovane deputata M5S, finita sui giornali per le polemiche sulle lauree vantate nel suo curriculum. Ebbene, la Grande dichiara nel suo rendiconto di aver speso, per il periodo marzo-aprile, 12.912 euro, e di averne restituiti 2.692. A far lievitare il bilancio della deputata è quasi interamente l'affitto di casa a Roma (anche se lei è di Civitavecchia, 1h di treno). 
Alla voce «alloggio» si legge infatti 12.365 euro per marzo-aprile. A maggio la spesa si riduce, ma non diventa bassa: 1.800 euro di affitto (il canone per un bilocale nel centro storico della Capitale). E, sempre a maggio, si aggiungono 2.178 euro per «Spese Alloggio Iniziali (Albergo - Caparre - costi di Agenzia immob.)», che quindi erano escluse dal megaconto di marzo-aprile, e poi 2.197 di spese «varie».
Il deputato Antonio Ferraresi invece, sempre per «alloggio», spende 1.150 euro a marzo-aprile, e 2.512,50 a maggio (a cui aggiungere 3.690,00, per entrambi i periodi, per «Collaboratori e spese ufficio»). Si superano abbondantemente i mille euro mensili di affitto per molti altri parlamentari grillini (il deputato Nicolò Romano paga 1600 euro, la Rostellato 1300 euro, la deputata Terzoni più di 1.700 euro, il senatore Giarrusso 1.640 euro, più 740 euro per «allestimento appartamento-accessori» e 440 euro per «allestimento appartamento-materiali consumo»). Si direbbe che il progetto iniziale di dividere le case in due o tre, per risparmiare soldi pubblici, sia stato accantonato (come fu per i leghisti vent'anni fa).
Altre spese talvolta fuori dallo standard grillino riguardano il vitto. A Roma, in zona Camera, i ristoranti non sono economici. Si spiegano così i 1.312,08 euro spesi per «vitto» da Roberto Fico, presidente della Vigilanza Rai, nel mese di maggio, più i 1.152,99 di marzo-aprile? 
Più dietetico il vitto di Paola Taverna, capogruppo M5S al Senato, che a maggio ha speso per pranzi e cene 828 euro. Il senatore Fabrizio Bocchino ha speso tra marzo e aprile 1.814,70 per «Abbigliamento e lavanderia» più 848 euro per «Taxi/Trasporti/Telefono», mentre 234 euro li ha spesi Giarrusso per far pulire il suo appartamento a maggio. 
La senatrice Laura Bottici, che spende 2mila euro di alloggio, si è comprata un computer (999 euro) per lavorare meglio, mentre Maurizio Buccarella mette tra le spese il «linea Internet a casa» (154 euro) e la benzina spesa con la sua auto. 
Chi ha un qualche ruolo, ma spesso anche chi non ce l'ha, si fa aiutare da collaboratori. Alessandro Di Battista, vicepresidente della Esteri: 3.618 euro a maggio per «Collaboratori e spese ufficio». 
In totale il M5S alla Camera ha speso, da marzo ad agosto, per i suoi collaboratori e dipendenti, 623mila euro. Su un bilancio che si compone di 2,2 milioni di finanziamento dalla Camera e 664.557 euro di spese, per un avanzo di 1,6milioni. Anche al Senato la voce di spesa più alta è per i 26 dipendenti più 2 collaboratori. Tra cui - scrive L'Espresso -, come aiutante della senatrice Barbara Lezzi, la figlia del suo fidanzato («lo hanno fatto tanti di noi»).

Intanto, arrivano dettagli - stavolta dalla Procura di Bologna -, sulle spese pazze dei consiglieri regionali in Emilia Romagna. E si scopre che i due consiglieri M5S hanno fatto fuori in cene, a testa, 9mila euro. Più dei consiglieri Pd (6mila euro).

mercoledì 27 marzo 2013

Diario di una senatrice m5s

COSA SUCCEDE QUANDO UNA DONNA QUALUNQUE, IMPIEGATA, CON UN FIGLIO DI 10 ANNI, ENTRA NEI PALAZZI DELLA POLITICA?

ECCO IL RACCONTO, GIORNO PER GIORNO, DI PAOLA TAVERNA

a cura di Mauro Suttora

Oggi, 27 marzo 2013















Dallo scorso 15 marzo la Repubblica italiana ha una nuova senatrice: Paola Taverna, eletta nel Movimento 5 Stelle. Le abbiamo chiesto di scriverci il diario dei suoi primi dieci giorni in Parlamento. La Taverna è anche poetessa: nella pagina seguente spiega in versi perché i grillini non vogliono allearsi con gli altri partiti.

Lunedì 11 marzo: tessere gratis
Mancano quattro giorni all’inizio. Ogni senatore fa la foto ufficiale. Il fotografo mi domanda gentile: «Qual è il profilo che preferisce?» Scoppio a ridere: «E che ne so? Guarda che finora al massimo mi hanno fatto uno scatto col cellulare…».Poi ci danno le tessere per andare gratis in treno e aereo. L’unica che mi serve, però, non esiste: quella dell’Atac per bus e tram a Roma. Possibile che nessun senatore abbia mai preso i mezzi pubblici, nell’ultimo secolo?

Martedì 12: nel bus dei pellegrini.
Mentre pranzo, sms improvviso: incontro chiesto dal senatore Zanda del Pd, fra un’ora a palazzo Madama. Lascio l’auto in un parcheggio a pagamento alla stazione Termini (me lo rimborseranno?), prendo la 64, il bus dei pellegrini per San Pietro. C’è il Conclave, vanno a vedere le fumate in piazza.

Mercoledì 13: conto corrente e dolori
Devo aprire un secondo conto corrente dove mi accreditano lo stipendio. Da lì prendo solo 2.500 euro al mese. Tutto il resto (10 mila euro) lo diamo indietro, o se abbiamo spese le rendicontiamo pubblicamente con ricevute. Molti di noi ora hanno problemi di soldi, perché ci siamo autofinanziati la campagna elettorale, ridotti lo stipendio che prenderemo comunque solo il 20 aprile, e costretti a comprarci almeno una giacchetta per non fare la figura dei peracottari in aula. Perché si sa: devi essere modesto e non pretenzioso, povero ma dignitoso, cittadino ma onorevole... Mi sfugge qualcosa?

Giovedì 14: «Mamma mi vede in tv»
È la vigilia. Inutile fingere: sono emozionata. Sono entrata nei meetup di Grillo nel 2007, mai avrei pensato che saremmo arrivati qui. Mia madre ormai mi segue in tv: «So che non possiamo vederci, hanno detto che oggi pomeriggio avete una riunione».

Venerdì 15: «Mi tocca leggere i giornali»
Seduta inaugurale. Volevo invitare mio figlio, mia madre, mia sorella. Niente da fare: noi 5 Stelle siamo 54, ma ci hanno dato solo nove posti in tribuna. Assalti dei giornalisti. Prima non guardavo i quotidiani, ora ogni mattina leggo Corriere della Sera, Repubblica e Fatto.

Sabato 16: colpo di scena per Grasso
Eleggiamo il presidente del Senato. Noi votiamo il nostro Luis Orellana. Poi, ballottaggio fra i più votati: Piero Grasso (Pd) e Renato Schifani (Pdl). Facciamo una riunione e decidiamo a maggioranza di votare scheda bianca. Ma una dozzina di noi votano egualmente Grasso, temendo che Schifani possa farcela. Lì per lì non ci preoccupiamo molto: tranquillizzo qualche attivista che protesta sul mio sito Facebook.

Domenica 17: e-mail pazzesche
Scoppia il casino sui 12 che hanno votato Grasso. I nostri elettori sono severissimi. Io stessa ricevo e-mail pazzesche di gente infuriata solo perché non li ho condannati.

Lunedì 18: quanta strana gente vedo
Riunioni su riunioni. In più noi del M5S dobbiamo conoscerci, e abbiamo la regola della “condivisione”. In Senato mi metto le scarpe coi tacchi, ma presto le porterò da casa e le metterò solo all’entrata, togliendomi quelle da ginnastica. Certe Pdl hanno i tacchi più lunghi delle gambe. I loro maschi invece sembrano tutti agenti immobiliari lampadati. Quanta strana gente mi tocca vedere ogni giorno: Ghedini, il Nano, Schifani, Quagliariello, Calderoli, Scilipoti... Così, saremmo noi la notizia? Altro che «cittadini»: sembriamo un fenomeno da baraccone sbattuto sui giornali con la nostra normalità, che in questi Palazzi diventa diversità. Siamo i «diversamente normali»: una nuova categoria, come gli esodati.

Martedì 19: percorsi di guerra
Dopo vari esperimenti scopro che il tragitto più veloce Torre Maura-Senato è in auto fino a piazza Cavour, e poi a piedi. Non posso ancora entrare in auto in centro, il permesso Ztl è a pagamento. Me lo farò rimborsare. Oppure prendo il tram 14 della Prenestina. Ma è un macello.

Mercoledì 20: putiferio traditori
Riunione congiunta con i deputati M5S sui 12 senatori che hanno votato Grasso. Mi spiace per i due laziali, Giuseppe Vacciano ed Elena Fattori, mamma di tre figli: due ottime persone assolutamente in buona fede. Ma tutto finisce per il meglio, niente dimissioni o espulsioni. Se provi a dire qualcosa hai l’intero Paese pronto a tacciarti di tradimento se ti ha votato, o a farti una bella risata in faccia se nelle urne ha scelto Pdl (i Pd per ora stanno zitti perché ci corteggiano).

Giovedì 21: niente parrucchiere
Casa mia grida vendetta. Ore 23, sono tornata da venti minuti. La seduta di oggi è stata una pagina fantasiosa, per il concetto di democrazia che esiste in questo Paese. Siamo entrati in aula alle 15 e usciti a tarda sera. Io alle 21, sapendo già che avevamo la nostra Laura Bottici come questore. Potevano deciderlo a tavolino e risparmiavamo un sacco di tempo. Pd, Pdl, Scelta civica (Monti) e perfino la Lega Nord, che ha solo il 4 per cento, si sono spartiti i vicepresidenti... A noi, col 25 per cento, nessuno.
Il mio frigo è vuoto, neanche un formaggino. Mi accontento dei plumcake di Davide, che stasera è dal padre. Sì, lo so, non posso lamentarmi. E in perfetto stile “eletta M5S” mi rifiuto di andare dal parrucchiere del Senato, nonostante abbia perso sei ore a far nulla in aula: sarebbero state sufficienti per shampoo, colore e messa in piega. Non ho il tempo di andare a farmi i capelli dal mio in zona, quindi domani mattina per le foto di Oggi mi alzo alle 7 e mi lavo i capelli da sola.
Oggi abbiamo deciso chi va in quali commissioni. Ci siamo divisi fra ambiente, lavoro, istruzione, sanità, agricoltura... Per poi renderci conto che le uniche commissioni che contano sono affari costituzionali, finanza e bilancio.
Mi chiedo cosa riusciremo a fare per questo Paese. Mi domando se ormai il sistema non sia ormai troppo vittima di se stesso per essere cambiato. Sono solo stanca. Facciamo riunioni interminabili. Siamo felici perché abbiamo prodotto una interrogazione parlamentare. Ma gli altri ne hanno pronte nei cassetti tante da affogarci di carte inutili: i presidenti di commissione sceglieranno di volta in volta qualcosa che non ci consentirà di fare un bel niente. Basta, vado a dormire, domani è un’altra lunga giornata.

Venerdì 22: «Ho tempo per Davide»
Abbiamo eletto il candidato sindaco M5S per Roma, Marcello De Vito: voto a maggio. Conferenza stampa di presentazione alla Cae (Città dell’altra economia), nell’ex Foro Boario. Sono stata invitata col deputato romano Alessandro Di Battista e il capo dei consiglieri regionali laziali Davide Barillari. Il Senato oggi non ha sedute. Così ho tempo di andare a prendere mio figlio Davide a scuola.

Sabato 23: febbre psicosomatica?
Dovevo andare alla manifestazione per la bambina Sofia (cura con cellule staminali), però mi sveglio con un raffreddore pazzesco e 38 di febbre. No, oggi ho proprio bisogno di fermarmi un attimo.

Domenica 24: «Sono stanca!»
Sono passati solo nove giorni dall’inizio del mandato, ma a me sembra già un anno. Non ho più tempo per far niente: vita personale distrutta, tempi e ritmi assurdi, non a misura di una donna che deve badare anche a casa, famiglia e figli. Ho preiscritto il mio a una scuola media vicino a dove lavoravo prima, al Prenestino, per poterlo accompagnare al mattino. Ma ora che succederà? Come si dice: hai voluto la bicicletta? E mo’ pedala... Chissà dove arriviamo.
Paola Taverna
(a cura di Mauro Suttora)


’A coerenza
di Paola Taverna

E poi de punto in bianco lo trovi in televisione
ormai protagonista e non più spettatore
Te chiedi ancora confuso, perplesso e poco attento
com’è che un cittadino sia star de ’sto momento

Guardate che ’ste cose le dicevamo pure prima,
quanno facevate finta che fosse ’na manfrina:
non esistono partiti coi quali fare apparentamenti.
Credevate fossimo finti, coi nostri intendimenti?

Mo’ ve domandate perché nun cambiamo idea
perché se ostinamo convinti a anna’ dritti pe’ sta via
ma proprio nun ve sorge er dubbio giusto e sano
che ortre voi pajacci ce sta un popolo sovrano?

Ha detto a voce arta e senza esse frainteso
che dovete annà a casa tutti perché c’avete offeso
l’ha detto nelle urne usando lo strumento
der voto sano e libbero da ogni tradimento

E noi nun semo avvezzi a fa’ i vortagabbana
c’avemo messo er core… pe voi è na cosa strana
c’avete abituati a dì e non mantenere
che se l’artri so’ coerenti è n’attentato ar potere

Io vado a dormì tranquilla, ormai è arrivato er giorno
ch’entriamo nei palazzi, andata e poi ritorno
diremo a voce arta come avete gestito ’sto paese
tra privilegi, caste, festini e troppe spese

Dormite pure voi, se ancora ce riuscite
è in atto er cambiamento, e adesso lo sentite
fuori dai giochi sporchi, giornali e televisione
pacifica ed epocale... ecco la rivoluzione

Chi sono gli eletti 5 stelle

di Mauro Suttora

Oggi, 26 febbraio 2013

COMPONE SONETTI
Paola Taverna, 43 anni, Roma

«Me rappresento solo, de te nun c’ho bisogno
anzi me fai un po’ schifo
e me riprenno er sogno
ritrovo orgoglio, stima e pure convinzione
che sto cesso che me consegni
lo ritrasformo in nazione».

La senatrice Paola Taverna è la poetessa del movimento. I suoi sonetti in romanesco sono assai apprezzati dagli attivisti. Lei vive a Torre Maura col figlio di dieci anni («è la mia vita»), ed è orgogliosa delle proprie radici popolari. Si sveglia alle 5 per andare nell'ambulatorio medico dov’è impiegata.
Attiva dal 2007, non credeva ai propri occhi quattro mesi fa, quando le è arrivata l’e-mail di Grillo con l’invito a candidarsi: «I 5 Stelle sono l’unica e ultima possibilità per cambiare il Paese. Non voglio andare a fare giochi di palazzo, sarò solo la portavoce di semplici cittadini come me. So quanto è difficile e ingiusta la vita che ci costringono a fare».