Visualizzazione post con etichetta la repubblica. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta la repubblica. Mostra tutti i post

domenica 22 novembre 2015

Risultati primarie Milano

Solo 74 voti di "prima scelta" per l'esponente grillina Bedori

La Repubblica, 21 novembre 2015

di Matteo Pucciarelli

IN TUTTO 295 elettori, con la prima classificata (Patrizia Bedori) che ha ricevuto 74 voti di "prima scelta" (contro i 73 del secondo arrivato, Livio Lo Verso). Sono questi i numeri delle primarie interne al M5S dello scorso 8 novembre. Erano consultazioni riservate ai soli iscritti del sito beppegrillo. it, che su Milano sono circa 1.800. Quindi se non si è tratto di un flop, poco ci manca.

 Il metodo elettorale scelto è stato quello di Condorcet, per la verità assai complicato ma — garantiscono gli esperti del movimento — capace di arrivare ad una scelta la meno divisiva possibile. Fatto sta che il voto, alla fine e al di là delle dichiarazioni di facciata, ha spaccato davvero lo zoccolo duro degli attivisti milanesi. Lo stesso Lo Verso ha già annunciato di non volersi più candidare per il Consiglio comunale per "motivi personali". Il terzo classificato, che invece era dato favorito, cioè Gianluca Corrado, ha fatto lo stesso salvo poi cambiare idea.

Articolo di Repubblica

giovedì 5 novembre 2015

Milano, candidati sindaci M5s

Domande e emergenze: si scalda la graticola dei 5 Stelle


IL CASO/USCITA PUBBLICA PER GLI OTTO ASPIRANTI PRIMI CITTADINI,DOMENICA LA SCELTA DAL VIVO DEGLI ISCRITTI

Repubblica, 3 novembre 2015

MATTEO PUCCIARELLI

CINQUE minuti a candidato, per presentarsi; cinque domande del pubblico a testa, per capire meglio chi sono gli otto possibili candidati sindaco del Movimento Cinque Stelle. Il popolo grillino si ritrova nella sala del Consiglio di zona di via Sansovino, circa duecento attivisti in religioso silenzio ad ascoltare. 

È tornato il tempo delle graticole, il format già sperimentato per le regionali; perché «da noi sono i cittadini a decidere i propri rappresentanti e non una segreteria di partito», dice prima dell'inizio il deputato milanese Manlio Di Stefano. Il tutto in vista delle primarie di domenica prossima, che stavolta non saranno sulla rete ma dal vivo, sempre riservate agli iscritti a beppegrillo.it.

Chi comincia? Una militante sceglie una lettera, è la G. Così tocca ad Antonio Laterza, a Milano dal 1988- racconta - «nel 2008 conseguo un master al Politecnico, nel 2011 mi sposo, poi sono nati i miei due figli». Qualcuno parla di sé, qualcun altro punta tutto sulla politica, sul programma, sulle idee. 

Livio Lo Verso (si dice che sia uno dei favoriti) ricorda di voler essere semplicemente un portavoce, «conta solo la squadra». Fulvio Martinoia parte dalla propria genesi grillina: i primi V-day e le campagne elettorali degli albori, «ma dopo molte esperienze di back end ora mi presento direttamente».

 Walter Monici invece è pensionato, ricorda la sua formazione cattolica, a un certo punto parte con una intemerata ambientalista contro il teatro Burri a parco Sempione. La più applaudita, invece, è l'unica donna in lizza: Patrizia Bedori. Spigliata è spigliata, mentre parla sa toccare i tasti giusti della base: la rete utile a coordinarsi, il farsi portavoce dei cittadini, la sensibilizzazione nella raccolta dei rifiuti e la decrescita. «Non esiste nessuno che ci dice cosa votare e per chi, altro che Casaleggio », e via con altro applauso. Matteo Cattaneo si porta un biglietto con gli appunti delle cose da dire, «sul programma non dico nulla, perché dovranno stilarlo i cittadini». Poi saluta così: «Non ho furore giacobino e mi piace risolvere i conflitti».

L'altro dato per favorito, origini siciliane, avvocato, Gianluca Corrado: «Amo Milano, qui sono nati i miei figli e la mia compagna. Incarno i valori delle persone che sono qui, voglio essere un portavoce fattuale». Ultimo della lista, Francesco Franz Forcolini, nato «sotto le bombe degli alleati», scuole serali, operaio, imprenditore. «Ho visto la Milano da bere- racconta - ora siamo nella Milano da mangiare di Expo e il futuro sarà anche peggio, ci sono gli avvoltoi che vogliono quelle aree».

Molto fair play tra tutti, ma con la prima domanda di Mauro Suttora esce fuori lo spirito grillino più profondo: «Scusate, vorrei sapere qual è la vostra dichiarazione dei redditi..».


giovedì 20 novembre 2014

bella intervista di Taverna a Cuzzocrea (Repubblica)

bella intervista, sincera, senza l'insopportabile propaganda tipica dei "politici" (di professione)


Taverna: "Tor Sapienza? Noi M5S non abbiamo capito"

L'ex capogruppo dei 5 stelle al Senato dopo la lite nel quartiere di Roma: "Non è colpa dei romani. Bruttissimo il paragone con i politici"

di Annalisa Cuzzocrea

Repubblica, mercoledì 19 novembre 2014

ROMA. Paola Taverna parla con lo stesso accento di chi la periferia romana la conosce bene. Forse per questo, non si aspettava le contestazioni di Tor Sapienza. Il giorno dopo la brutta serata, l'ex capogruppo dei 5 stelle al Senato non è pentita di quella che alcuni suoi colleghi - a bassa voce, alla buvette - definivano ieri "una passerella mediatica andata male". "Non abbiamo litigato, è stato un faccia a faccia, ci dovevamo annusare e riconoscere - dice lei, salita alla ribalta, per la prima volta, grazie a una poesia in romanesco contro i "dissidenti" - Quello che avete sentito in quei video è il linguaggio di borgata , quello m'ha imbruttito, e io gli ho imbruttito, muso a muso. Nun c'ho paura".

Come sta dopo essersi sentita dire che lei è un politico, e che il Movimento 5 Stelle non è la Caritas?
"Io quelle zone le vivo, e quelle persone non le avevo mai viste. Già oggi, mi sono arrivate centinaia di email che mi dicono: "Torna, vieni, facciamo un'agorà"".

Tornerà?
"Passato questo momento di rabbia, certo. Sono contenta che si siano accesi i fari sulle periferie, anche se lì lo scontro non era motivato, sono anche andata a visitare il centro di accoglienza... qualcuno ha soffiato sul fuoco".

Chi?
"Associazioni di quartiere, persone che volevano distogliere l'attenzione dalla zona. In quei vialoni c'è lo spaccio, lì hanno infilato tutta la monnezza di Roma. Davanti a quel campo Rom passo da vent'anni, ma coi ragazzi del Movimento che stanno lì mi sono incazzata: ho detto "stiamo sbagliando qualcosa, questa roba la dovevamo percepire". Poi però lo so che non è colpa loro, che le cose sfuggono di mano".

Com'è stato, sentirsi identificare con la casta?
"Bruttissimo. Da quando sono qui dentro ho lottato per mantenere la mia identità. Non prendo 14mila euro al mese, noi restituiamo, ma anche 3000 in vita mia non li avevo mai avuti. Non mi ero resa conto che la gente fuori ci vede come loro. Non riusciamo a far passare quello che facciamo. Sono due anni che mi batto per far passare la mia legge sullo screening neonatale".

Avete fatto degli errori?
"Renzi ci ha tagliato le gambe con la decretazione d'urgenza, e siamo stati fagocitati del sistema. Dobbiamo cambiare, portare nei palazzi tre temi nostri: il reddito di cittadinanza, il no all'euro, un altro, ma poi tornare in mezzo alla gente. Perché senza un partito vero e senza aver dietro i cittadini siamo un ibrido che non va da nessuna parte".

Lei è arrivata tardi a Tor Sapienza, le è stato chiesto di andare a nome del Movimento?
"Sono andata di mia iniziativa, e non l'ho fatto subito perché non volevo la ribalta mediatica. Volevo parlare con i cittadini, dire loro di andare a farsi sentire in consiglio comunale, di non delegare il primo che passa. Non mi frega chi votano".

Pentita?
"Non mi sarei mai perdonata di non averci messo la faccia. È facile andare dove si ricevono applausi, ma io sono così: sò vera, e so che alla fine la mia verità passa. Accetto le critiche. Alcune ce le siamo meritate: una volta capito di essere finiti in un ufficio delle carte perdute - perché questo è - bisognava stare più sulla strada, e meno nei palazzi".

venerdì 17 gennaio 2014

il bello della rete


IL RINASCIMENTO TECNOLOGICO
Le banche dati che ci obbligano a essere intelligenti

Come accadde secoli fa con la stampa, gli archivi elettronici permetteranno un progresso del sapere. Il nostro apparato cognitivo può liberarsi dall'obbligo di ricordare e dedicarsi all'invenzione

la Repubblica, 17 gennaio 2014

di MICHEL SERRES

Da quando siamo uomini, abitiamo in uno spazio polarizzato attorno a luoghi di concentrazione, case, villaggi e tesori diversi; in particolare, il luogo stesso in cui vivo e al quale riferisco il mio indirizzo. Viviamo in questo spazio perché costruire lo forma, abitare lo consolida e pensare consiste nel riprodurlo.

Lo spazio immagazzina, l’individuo pensa: stesso processo. Non saremmo potuti sopravvivere senza queste concentrazioni che condizionavano la vita, l’individuo, il collettivo, le pratiche e la teoria; non ci smettevamo, instancabilmente, di inventarne di nuove sotto tutti i rapporti. Ed ecco che i computer portano a compimento questo segmento dell’ominizzazione. Perché se queste macchine possono essere definite universali, meritano tale titolo sotto la rubrica, appunto, della concentrazione.

Che bisogno abbiamo di riunire libri, segni, beni, studenti, case o mestieri dal momento che il computer lo fa? Il problema generale dell’immagazzinamento che cercavamo di risolvere e sul quale lavoravamo follemente fin dalla nostra origine ha trovato soluzione, non solo reale ma virtuale: ogni questione di questo tipo trova molteplici risposte possibili, secondo le sue condizioni e costrizioni. Le reti rendono desueta la concentrazione attuale, voglio dire un ammasso qualsiasi qui e ora.

La rapidità delle comunicazioni concentra virtualmente ovunque, ad libitum, tutto o parte del connesso disponibile. Al contrario delle antiche tecnologie, le nuove macchine sostituiscono con trasmissioni rapide la funzione del conservare. Non immagazziniamo più cose, bensì relazioni.

Le reti sostituiscono la concentrazione con la distribuzione. Da quando disponiamo, su una postazione portatile o sul telefonino, di tutti i possibili accessi ai beni o alle persone, abbiamo meno bisogno di costellazioni espresse. Perché anfiteatri, classi, riunioni e colloqui in un dato luogo, e perché una sede sociale, dal momento che lezioni e colloqui possono tenersi a distanza?

Gli esempi culminano in quello dell’indirizzo. In tutto il corso della storia è stato riferito a un luogo, di abitazione o di lavoro, mentre oggi l’indirizzo di posta elettronica o il numero di telefono cellulare non indicano più un determinato luogo: un codice o una cifra, pura e semplice, basta. Quando tutti i punti del mondo godono di una sorta di equivalenza, la coppia qui e ora entra in crisi.
Heidegger, filosofo oggi assai letto nel mondo, nel chiamare esserci l’esistenza umana, designa un modo di abitare o di pensare in via di estinzione. Il concetto teologico di ubiquità – la capacità divina di essere ovunque – descrive meglio le nostre possibilità rispetto al funebre qui giace.

Un altro modo di interpretare il gesto di immagazzinare: depositare informazione su pergamena, carta stampata o supporto elettronico significa costruire una memoria. I nostri antenati assomigliavano agli attori di oggi che sono in grado di recitare a memoria migliaia di versi o di sostenere altrettante repliche. Simili eroismi superano ormai la nostra capacità. Man mano che costruiamo memorie performanti, perdiamo la nostra, quella che i filosofi chiamavano una facoltà.

Possiamo davvero dire: perdere? Niente affatto, perché il corpo deposita, a poco a poco, quell’antica facoltà nei supporti mutevoli; cervicale e soggettiva, essa si oggettivizza e si collettivizza. Una stele di pietra, un rotolo di papiro, una pagina di carta: ecco memorie materiali, in grado di dare sollievo alla nostra memoria corporea. Era vero per le biblioteche, lo è ancora di più per la rete, memoria globale ed enciclopedia collettiva dell’umanità.

Secoli fa cantastorie, aedi, gli apostoli di Gesù, gli interlocutori di un dialogo di Platone, anche uno studente della Sorbona medievale, potevano ripetere a distanza di anni, senza omettere una sillaba, i discorsi di un maestro o di un oratore uditi da giovani. Al riparo dagli errori di copisti troppo interventisti, la tradizione orale tracciava una via più sicura rispetto alla trasmissione scritta. I nostri predecessori coltivavano dunque la loro memoria e disponevano di sottili strategie mnemotecniche. Man mano che prendevamo note o leggevamo stampati, non tanto abbiamo perso quella facoltà quanto l’abbiamo depositata nei libri e nelle pagine.

Così come la ruota fu ispirata dal corpo, dalle caviglie e dalle rotule in rotazione nella marcia, allo stesso modo l’immagazzinamento dell’informazione prese le mosse da funzioni cognitive antiche. Al contrario degli animali, bloccati in un organismo senza “secrezione” di questo tipo, noi non cessiamo di riversare le nostre prestazioni corporee in strumenti prodotti a partire da esse. Perdiamo la memoria perché ne costruiamo di multiple.

Ci uniamo qui ai piagnoni antichi e moderni, i cui discorsi e testi deplorano la perdita dell’oralità, della memoria, della concettualizzazione e di tante altre cose preziose per i nostri avi. In realtà la perdita della memoria, nell’epoca che seguì quella in cui si declamavano a mente i poemi di Omero, liberò le funzioni cognitive dal carico impietoso di milioni di versi; apparve allora, nella sua semplicità astratta, la geometria, figlia della Scrittura.
Allo stesso modo nel Rinascimento una perdita ancora più importante sollevò i saggi dallo schiacciante obbligo della documentazione, che allora si chiamava dossografia, e li riportò bruscamente alla nuda osservazione che fece nascere le scienze sperimentali, figlie della stampa. A bilancio, i vantaggi prevalgono in maniera preponderante sui pregiudizi, poiché in tali circostanze nacquero due altri mondi, che permisero di comprendere questo.

Sapere consiste allora non più nel ricordare, ma nell’oggettivare la memoria, nel depositarla negli oggetti, nel farla scivolare dal corpo agli artefatti, lasciando la testa libera per mille scoperte. Ho impiegato molto a capire che cosa volesse dire Rabelais, quando i professori mi obbligavano a dissertare sulla celebre frase: Preferite una testa ben fatta a una testa piena.

Prima di poter allineare i libri nella loro libreria, Montaigne e i suoi antenati dotti dovevano imparare a memoria l’Iliade e Plutarco, l’Eneide e Tacito, se volevano averli a disposizione per meditare. L’autore degli Essais li cita ormai ricordandosi solo del loro posto sugli scaffali per consultarli: quanta economia!

All’improvviso la pedagogia, che quel Rinascimento auspica, vuoterà la testa un tempo piena, e ne modellerà la forma senza preoccuparsi del contenuto, ormai inutile in quanto disponibile nei libri. Liberata della memoria, una “testa ben fatta” si volgerà ai fatti del mondo e della società per osservarli. Rabelais, in quella frase, in realtà, loda l’invenzione della stampa e ne trae lezioni educative. Decisamente, bisogna riscrivere Pantagruel o gli Essais.

Come vecchi cadenti, i bambini di oggi non ricordano neppure la trasmissione vista ieri sera in televisione. Quale scienza immensa promuoverà quest’altra perdita di memoria? Questo sapere recente si può già apprenderlo o almeno visitarlo sulla rete, come il nuovo oblio l’ha già modellato. Sì, l’enciclopedia, la cui rete mondiale gronda informazioni singolari, ha appena cambiato paradigma, sotto l’effetto della nuova liberazione. Il nostro apparato cognitivo si libera anche di tutti i possibili ricordi per lasciare spazio all’invenzione. Eccoci dunque consegnati, nudi, a un destino temibile: liberi da ogni citazione, liberati dallo schiacciante obbligo delle note a piè di pagina, eccoci ridotti a diventare intelligenti!

Come nel Rinascimento, giungono una nuova scienza e una nuova cultura, i cui grandi racconti producono un’altra cognizione che li riproduce a loro volta arricchiti. Questo cambiamento d’intelletto ha avuto luogo più volte nella storia, ad esempio quando arrivarono i modelli astratti della geometria o gli esperimenti in fisica, quando appunto cambiavano le tecnologie. Così la storia della filosofia e la storia stessa, tributarie della storia della conoscenza, seguono quella dei supporti.

venerdì 10 gennaio 2014

Per Maltese Grillo è un bandito


GRILLO & CASALEGGIO: L'INGANNO IN UN CLIC 

La Repubblica, 9 gennaio 2014

di Curzio Maltese

Non abbiamo bisogno di attendere febbraio e il risultato della consultazione online lanciata da Beppe Grillo per conoscere la proposta di legge elettorale «liberamente votata» dagli iscritti al Movimento 5 Stelle. Si può scommettere sin d'ora che non sarà nessuna delle tre ipotesi maggioritarie (sindaci, sistema spagnolo, Mattarellum corretto) avanzate dal Pd di Renzi, ma una quarta di base proporzionale che, vedi il caso, coincide con gli interessi aziendali della Grillo&Casaleggio associati.
In questo modo l'unica maggioranza possibile sarà ancora quella destra-sinistra, con Pd e Berlusconi, e Grillo potrà sempre gridare all'inciucio.

Grillo&Casaleggio non vuole liquidare l'orrido regime della Seconda repubblica, altrimenti voterebbe una legge maggioritaria puntando alla vittoria finale. Preferiscono lucrare il più possibile sul caos politico, alla faccia e sulla pelle degli italiani.

Beppe è stato un grande comico e potrebbe evitarci queste pagliacciate della cosiddetta democrazia diretta, ma nella presa per i fondelli dei propri elettori è compresa questa finzione, già sperimentata con successo con le parlamentarie, che hanno eletto senatori e deputati i militanti con più parenti, e le quirinarie, una vera farsa. Alle quirinarie gli iscritti avevano votato, sempre liberamente, una lista di candidati utile alla strategia dei capi: mettere in difficoltà il Pd, ma senza arrivare a un accordo per un nome condiviso (Prodi, per esempio).

Sono convinto che Internet sia un passo indietro rispetto all'evoluzione della specie. Di sicuro lo è per la democrazia, retorica a parte. Il partito-movimento di Grillo, che è il più grande fenomeno politico mondiale nato dalla rete, ne è una conferma clamorosa. Con tutte le chiacchiere sulla democrazia diretta e «l'uno vale uno», il Movimento 5 Stelle è un partito autocratico da anni Trenta. 

Non si era mai visto uno schieramento con il marchio depositato alla camera di commercio e protetto da uno stuolo di legulei. I capi concedono o negano il marchio, vedi il caso Sardegna, secondo logiche aziendali. Decidono quando fare le dirette streaming e quando non farle. Le consultazioni online sono riservate ai soli iscritti, per giunta quelli della prima ora, poche decine di migliaia di persone, spesso molto meno. 

I risultati sono palesemente decisi da Grillo e Casaleggio, che possono anche non comunicarli, come hanno fatto dopo il primo turno delle quirinarie. I commenti non in linea con la volontà dei capi sono sistematicamente espulsi dal sito. Il quale sito, peraltro, rimane di proprietà di Grillo, che lo usa per vendere propri prodotti e pubblicità. È la follia. 

Eppure i seguaci non fiatano, illusi di partecipare con un clic al grande gioco. Gianroberto Casaleggio, ideologo della democrazia in rete, è del resto un oligarca e un teorico del governo della rete da parte di un'élite illuminata. Lungi dal liberare i cittadini dalla passività del mezzo televisivo, la rete ha costruito una base di finta partecipazione che permette a chi comanda di decidere da solo, ma fra gli applausi dei sudditi. 

Oltre a impedire la partecipazione, la rete limita anche il dibattito. O meglio, abbassa il dibattito a un livello tale da renderlo del tutto inutile, se non come pretesto per sfogare la rabbia di qualcuno e la pazzia di molti. Su Internet sono tutti esperti, scienziati, profeti. Il dato oggettivo non esiste perché, almeno in questo, uno vale davvero uno. 

Si assiste dunque a discussioni su argomenti importanti e complessi affidati a pseudo studiosi, con corredo di deliranti teorie del complotto e vere e proprie leggende metropolitane. Al confronto, perfino i dibattiti in Parlamento sembrano una faccenda seria. Si parte con i petrolieri che bloccano da decenni l'auto all'idrogeno e le case farmaceutiche che boicottano la cura contro il cancro, e si finisce con chi ha visto le sirene e i microchip della Cia sotto la pelle. Poiché tutto è complotto, nulla lo è.

link articolo su Repubblica

martedì 7 gennaio 2014

Aldo Giannuli su Repubblica

'Proposta M5S dal web, io farò da guida'

La Repubblica, 6 gennaio 2014

MILANO - Sarà il "prof" che spiegherà agli iscritti di beppegrillo.it tutte le varie opzioni di legge elettorale. Gli utenti alla fine voteranno e così uscirà fuori la proposta del M5S. Anche se Aldo Giannuli, 62 anni, storico e saggista, non è un grillino ma uomo di sinistra (radicale). 

Allora, Giannuli, come funzionerà il meccanismo di creazione di un disegno di legge così complesso? 
«Faremo delle pillole di pochi minuti in cui si affronta un tema alla volta, seguendo un filo logico. Ad esempio, prima lezione: cos' è il proporzionale, cos' è il maggioritario. Un paio di giorni per ulteriori chiarimenti e poi si vota. Un processo consequenziale, partendo dall' abc. Nel giro di due o tre settimane uscirà fuori la proposta».

 Funzionerà? 
«L'idea è di Gianroberto Casaleggio, lui crede molto in questi meccanismi sul web. È un esperimento, internet ha lati positivi e altri meno, di certo da solo non basta. A me interessa però far passare degli elementi di conoscenza: di sicuro alla fine chi segue il blog sarà più informato di prima».

 Lei è un proporzionalista. E Casaleggio? 
«Credo prediliga anche lui un' opzione del genere. Il tema vero è la governabilità però, visto che per la prima volta il Parlamento è suddiviso in tre grandi aree che non vogliono coalizzarsi». 

I parlamentari del M5S hanno già depositato una bozza di riforma elettorale. Perché farne un' altra? 
«Grillo e Casaleggio ne fanno una questione di metodo. Vogliono una legge del movimento, non dei parlamentari del movimento». 

È un tentativo di "scippare" sovranità ai propri eletti? 
«Una certa tensione tra vertice che non vuole mediazioni e gruppi di Camera e Senato ci sarà sempre ed è il vero nodo del M5S. Chi siede in Parlamento - parola che sta, appunto, per "parlare" - è naturalmente propenso a dialogare con altri. Come si integra democrazia diretta con quella rappresentativa? Devono ancora trovare la formula». 

Grillo dice che questo Parlamento è incostituzionale e non può cambiare legge elettorale. Cosa ne pensa? 
«Fosse così, Napolitano eletto da questo Parlamento sarebbe incostituzionale, e così la stessa Consulta che ha alcuni membri, tra i quali Amato, nominati dal Colle, e a cascata tutti quanti. Ma lo Stato non ammette "vacatio". Giuridicamente l'affermazione non sta in piedi. E anche tornare al Mattarellum non è una passeggiata: andrebbero ridisegnati i collegi, per farlo occorrono sei mesi». 

Un dialogo del M5S con il Pd per cambiare legge è possibile? 
«Prima o poi Grillo e i suoi dovranno riflettere su se stessi, la politica è collaborazione. L'atteggiamento di Renzi è diverso da quello del vecchio "apparato", che ha sempre considerato il M5S come un incidente di percorso da liquidare il prima possibile. Invece lui ha capito che bisogna farci i conti, e con rispetto. L'atteggiamento professorale non funziona mai, specie nei confronti di un mondo che bene o male è parte della storia e della base sociale della sinistra».
MATTEO PUCCIARELLI

lunedì 2 dicembre 2013

Genova, 2 dicembre: Curzio Maltese

Grillo show, tra attacchi al Colle e piani economici ecuadoregni

di Curzio Maltese

la Repubblica, 2 dicembre 2013

Nella bella piazza di Genova dove si esibì il grande William Cody, in arte Buffalo Bill, va in scena un secolo più tardi il circo indiano della Casaleggio Associati, in arte Beppe Grillo. Allora come oggi, «il più grande spettacolo del mondo». 
È davvero uno show unico nella storia questo Movimento 5 Stelle fondato da un comico e diventato dal nulla il primo o secondo partito di una grande nazione e per questo continua a richiamare inviati da ogni angolo del pianeta. Popolo, un po' meno. Dei centomila attesi per il terzo V-Day dell'era grillina ne sono arrivati un terzo, soprattutto da fuori. I genovesi, che conoscono bene il concittadino, sono rimasti a casa. Grillo ci scherza sopra («Vedo un tre metri quadri vuoti, il Tg1 ci farà sopra un servizio»), ma la delusione dei militanti è tanta. 
Si va comunque in scena, da professionisti, secondo lo schema solito. Gianroberto Casaleggio è arrivato in largo anticipo, fra un fluire di chiome grigie al vento di tramontana, e si è piazzato nel backstage da bravo impresario. 

Alle due è arrivata sul palco la star, Grillo. Un Beppe in gran forma, dimagrito, ringiovanito, in palla e tornato spiritoso. E' già pronto per la campagna elettorale europea e magari anche italiana, all'insegna dell'antieuropeismo e della nuova parola d'ordine: oltre. Al benaltrismo classico della vecchia politica italiana («i problemi sono ben altri»), il grillismo contrappone da oggi la nuova frontiera: il benoltrismo. Un programma economico al cui confronto i libri della Rowlings scarseggiano di formule magiche. Trattandosi di uno spettacolo contano più le emozioni che le ragioni, il «numero» rispetto ai numeri. 

Nel benoltrismo di emozioni e «numeri» ce n'è in abbondanza e ognuno può scegliere i più divertenti. A parte il referendum sull' euro, altri due o tre, in particolare, mettono allegria: la «rinegoziazione del debito pubblico sul modello ecuadoregno», la nazionalizzazione delle banche e l'inserimento di Internet gratuito nella Costituzione. 
Cominciamo dall'Ecuador. La simpatica nazione andina ha rinegoziato nel 2008 la bellezza di 3,5 miliardi del debito pubblico, circa l' 8 per cento del Pil, senza grandi scossoni. L'Italia dovrebbe rinegoziare oltre 2000 miliardi, 133 per cento di un Pil per giunta in calo, con prevedibile catastrofe planetaria, fallimento a catena di sistemi bancari europei e di diversi fondi pensione stranieri, crollo dell'euro. Perfino chi scrive Pino Chet staccato può valutare le differenze. 

Per nazionalizzare il sistema bancario, che tutti odiamo, bastano invece appena 400 miliardi, una cifra che un governo italiano può facilmente raccogliere nel giro di una ventina d' anni, a patto di rimettere da domani l'Imu e portare il prezzo della benzina a 10 euro al litro. Internet libera nella Costituzione non richiede commenti, è semplicemente sublime. Del resto, secondo il profeta Casaleggio, fra sei anni una guerra termonucleare spazzerà sei miliardi di persone dalla faccia della terra, e quindi non è il caso di perder tempo a studiare soluzioni serie. «Oltre» saremo tutti morti. 

Grillo dal palco è comunque una forza della natura, il più grande animale da palcoscenico mai visto. Se la prende con destra, sinistra, centro, poteri forti e deboli, banche e sindacati, con lo stesso popolo italiano che è troppo ignorante, tanto da figurare agli ultimi posti delle classifiche di alfabetizzazione «dell'Oxa», ripetuto due o tre volte. Lui stesso però potrebbe cominciare evitando di confondere l'Ocse con la brava cantante Anna, compagna di tanti festival di Sanremo. Le sue promesse miracolose sono comunque più affascinanti delle vecchie balle della politica, che una volta erano nuove promesse, e scatenano applausi ogni mezzo minuto. La folla è sempre il soggetto più interessante negli happening grillini. 

Dietro al palco sono ammessi soltanto i giornalisti stranieri, che in realtà scrivono cose terribili, ma nessuno li legge. A un certo punto mi pare di scorgere il corrispondente di Le Monde, Philippe Ridet, al quale invidio una folgorante definizione: «Grillo è l'unico comico che mi fa paura». Così i giornalisti italiani sono costretti a stare fra la gente ed è un bel regalo. 

Non è la folla sterminata di Piazza San Giovanni a Roma, alla vigilia del voto, ma è sempre un buon campionario di facce oneste. Ragazzi ai quali la classe dirigente ha preparato un futuro da emarginati e non si capisce perché dovrebbe votarli ancora. Vecchi militanti della sinistra che la sinistra ha fatto di tutto per buttare fuori dalle sezioni, ora circoli. Cittadini della Val di Susa che hanno tutto il diritto di protestare contro la Tav, senza essere bollati come estremisti o terroristi. Una delegazione di aquilani, vittime della peggiore truffa della seconda repubblica. Italiani come tanti altri, che si alzano ogni giorno alle 7 per guadagnare al mese quanto una mezza calzetta di consigliere regionale si mangia in una festa a spese del contribuente. 

Saranno magari un po' sommari nel giudizio sull'informazione («Siete tutti a libro paga di Berlusconi e del Pd»), ma è difficile non provare simpatia, comprensione. In tanti fanno la fila al gazebo dei parlamentari, che in questi mesi, siamo onesti, non hanno soltanto discusso di scontrini e parenti da assumere. Un esempio è la sacrosanta battaglia contro lo scellerato acquisto di F35. Tutti quanti meriterebbero, come altri italiani, capi meno furbi. 

Così, mentre dal palco volano sogni colorati, come i palloni gialli che si perdono nel cielo azzurrissimo di Genova, ci si domanda dove finirà tutta questa passione o illusione. Alla fine Grillo lancia in alto il pallone più grosso, la «modesta proposta» che è in realtà il suo contratto con gli italiani in sette punti. L'ha scritta Casaleggio e lui la firma, col suo nome. E il suo nome era Buffalo Bill.

martedì 19 novembre 2013

Fronda M5S: Casaleggio non ci fa decidere


Fronda M5S: Grillo e Casaleggio non ci fanno decidere


di Annalisa Cuzzocrea - La Repubblica

ROMA - Un giro di e mail vorticoso. Una serie di attacchi alla Comunicazione e a Beppe Grillo e Gianroberto Casaleggio: «Vogliono trasformarci in un partito come gli altri, dove gli iscritti al blog hanno lo stesso ruolo dei tesserati, dove alla fine chi comanda sono sempre i capi».

È un senatore di quelli che di solito non si espongono troppo a riassumere così gli ultimi giorni di liti on line nel gruppo dei 5 stelle al Senato. Liti che nascono dall'uso della tanto sofferta piattaforma, l'applicazione che doveva consentire di prendere decisioni dal basso, e che per ora si è rivelata un bluff. Impedisce ai parlamentari di fare proposte di legge che non siano certificate dal blog, ma non dà loro modo di interagire davvero con la base perché non esiste una gerarchia dei suggerimenti, non c' è un sistema che metta più in alto i più votati e accantoni quelli inutili. 

«Io non posso leggere 10mila commenti per capire cosa vogliono gli iscritti, è una farsa», lamenta un "portavoce". E non è il solo. A protestare apertamente sono i senatori da tempo più critici: Fabrizio Bocchino, Maria Mussini, Monica Casaletto, Elena Fattori, Lorenzo Battista. «L'unica persona che può decidere quale strumento informatico usare è Casaleggio, che in assemblea con noi si è confrontato solo per dire che sarebbe andato via se sostenevamo un governo con il Pd», si legge in un'e mail. E un' altra: «Gli attivisti certificati sono 70mila, quindi meno dell' 1 per cento di coloro che hanno scelto di mettere il loro futuro nelle nostre mani. Statisticamente insignificante a convogliare le richieste di coloro di cui noi dovremmo essere la voce». 

Molti parlamentari contestano proprio l'individuazione della "base" in nomi che sono conosciuti solo dalla Casaleggio Associati: «Per quello che siamo dovremmo muoverci in una situazione di trasparenza assoluta. Dovremmo sapere con precisione quanti e chi sono gli iscritti, nessuno di noi vuole far parte di una società segreta». E ancora: «Io continuerò a chiedere un incontro con Casaleggio, voglio capire da lui perché non va bene la piattaforma di Barillari (candidato alla Regione Lazio, ndr) in sperimentazione all' europarlamento. Però vorrei risposte reali e un reale confronto, non un passaparola tra generali e caporali tremebondi». 

Era già successo un paio di settimane fa, quando dopo il divieto di streaming imposto dallo staff al gruppo del Senato per una riunione, contro Claudio Messora (di cui alcuni vogliono le dimissioni) si erano scatenati a chiedere: «Come fai a parlare di giurisdizione? Noi saremmo sotto la giurisdizione di qualcuno? Quando è stato deciso?». E quando un gruppo, capitanato da Laura Bignami e Luis Orellana, era andato a fare queste rimostranze a Grillo, alla fine della sua giornata al Senato, e si era sentito rispondere: «Non sono venuto qui per farmi processare». 

Sono dodici quelli che hanno deciso di star buoni fino al V Day del 1° dicembre, ma di chiedere spiegazioni a voce alta subito dopo. Francesco Campanella non ha partecipato alle liti via mail, ma non teme di dire che così non va: «Grillo e Casaleggio hanno disatteso la promessa di democrazia dal basso su cui si fonda il Movimento».

link all'articolo di Annalisa Cuzzocrea

martedì 5 novembre 2013

Lombardia, basta volontari


M5S, cambio nel web e la polemica va in rete

La Repubblica, cronaca di Milano
4 novembre 2013 
MATTEO PUCCIARELLI

VA BENE la democrazia dal basso, ma se decide tutto l' alto si fa prima. La discussione che sta investendo il M5S lombardo parte da una cosa "piccola", ma in realtà riguarda tutti i meccanismi decisionali del movimento: chi prende le decisioni? Come? E perché? La pagina regionale dei grillini su Facebook, infatti, da anni era gestita da un gruppo storico di attivisti che, dall' oggi al domani, sono stati estromessi senza troppi giri di parole. Con la vecchia guardia - quella di quando il M5S valeva il 3 per cento - che lascia il passo agli stipendiati del gruppo in Regione. 

Così uno dei più conosciuti militanti della prima ora (si chiama Paolo Cicerone, con i giornalisti si schermisce: «Non sono un eletto, non posso parlare a nome del M5S») finisce per sfogarsi pubblicamente, su Internet, dopo la scoperta: «Questa è solo la ciliegina sulla torta, il gruppo comunicazione (ma abbiamo scoperto da chi è composto?) non ha comunicato nulla da prima delle elezioni, decide tutto in proprio senza mai consultare nessuno e non ascolta la base». Ancora: «Quando si pendono decisioni unilaterali non si è capito nulla del M5S». 

Di sfondo c' è la spaccatura interna tra i grillini lombardi. Con gli eletti che si suddividono tra loro in "pragmatici" e "oltranzisti", o a seconda dei casi tra filo-Casaleggio e "autonomisti". La centralizzazione della comunicazione, che quindi più che partire dal basso viene calata dall' alto, rientra fra le esigenze del famigerato staff di fare un po' di ordine. 

La senatrice "critica" Monica Casaletto commenta: «Dopo anni di attivismo volontario ti dicono che per l' efficienza ti devi levare di torno. Molto professional, poco dal basso».