La Grillologia è diventata una scienza (non esatta). La seconda forza politica italiana viene studiata da politologi e sociologi. Il M5s (Movimento 5 stelle) è un fenomeno unico al mondo: nessun partito ha preso il 25% alle prime elezioni.
Questo blog indipendente archivia articoli sull'argomento.
Sono un grillologo, a volte grillofilo, a volte grillofobo. Il mio primo articolo su Grillo politico è del 1998. Il primo sui grillini, del 2007.
Mauro Suttora
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lunedì 23 giugno 2014
mercoledì 18 dicembre 2013
I poteri forti si preparano al M5S
MERRILL LYNCH: "ELEZIONI NEL 2015? FAVORITI I 5 STELLE" - "RENZI SBAGLIA A DARE PRIORITÀ ALLE RIFORME ISTITUZIONALI RISPETTO ALLA CRESCITA ECONOMICA"
«Una volta che il M5S dovesse superare la soglia del 30%, diventerebbe un candidato credibile a conquistare un’indiscussa maggioranza alle prossime elezioni politiche, che secondo noi si terranno nel 2015»…
Corriere della Sera
18 dicembre 2013
Eventuali elezioni nel 2015? Potrebbero vincerle i Cinque Stelle. A dirlo è un report di due analisti di Bofa Merrill Lynch, Raffaella Tenconi e Laurence Boone.
Lo studio, dedicato alla situazione economica italiana e a Matteo Renzi, sottolinea come l'«eccessiva virtuosità» nei termini di «un continuo forte impegno a mantenere il deficit sotto il 3% del Pil, senza tenere in considerazione quale sia la performance del Pil, combinata con l'asticella sempre più alta posta dalla Bce per misure addizionali di stimolo all'economia, favorirà i partiti che più apertamente si oppongono allo status quo, cioè il Movimento 5 Stelle e, in misura minore, Forza Italia e la Lega Nord».
«Una volta che il M5S dovesse superare la soglia del 30%, diventerebbe un candidato credibile a conquistare un'indiscussa maggioranza alle prossime elezioni politiche, che secondo noi si terranno nel 2015», scrivono.
Non solo. Gli analisti sono critici verso la strategia del segretario pd, Matteo Renzi, che «dà la priorità alle riforme istituzionali rispetto alla crescita economica». La scelta «potrebbe ritorcersi contro di lui, a causa della forte e crescente rabbia degli elettori».
martedì 26 novembre 2013
Pippo vs. Beppe
Baudo, Craxi e le offese di Grillo
«Una cattiveria sorprendente»
Grillo e Baudo insieme in tv (archivio Corriere)
Fu lui, nel 1976, a scoprire artisticamente Grillo. Un paio di amici gli avevano detto: a Milano, a corso Sempione, in un locale che si chiama Bullona, si esibisce un certo Grillo, merita un’occhiata. Pippo va, e si ritrova in una sala deserta, con Grillo fermo sul palco. Pippo allora fa per andarsene, ma Grillo scende e gli dice: «Dove va? Io lo spettacolo lo faccio lo stesso». Seguono due ore strepitose. Pippo porta Grillo in Rai, e lo lancia. Un trionfo. Finché non arriva l’edizione di Fantastico del 1986 e Grillo cambia repertorio, tocca la politica. Un botto.
Pippo, cosa accadde?
«Allora: una delegazione di politici era andata in Cina. Andreotti accompagnato solo dalla moglie, Craxi seguito da una corte. Così, Grillo, in diretta, se ne uscì con la celebre battuta: “C’è Martelli che dice a Craxi: scusa Bettino, se è vero che i cinesi sono oltre un miliardo e tutti socialisti, ma allora a chi rubano in questo Paese?”».
Craxi si infuriò.
«Letteralmente. Ma io non lo slinguai, come dice Grillo. Anzi: se Beppe fu cacciato dalla Rai, dopo poco toccò a me. Così accettai la generosissima proposta economica di Berlusconi, che mi chiamò a dirigere tutte le sue tivù e i suoi big dell’epoca: da Corrado a Bongiorno, a Costanzo... Ma durò poco. Rescissi il contratto pagando una penale pazzesca: cedetti un intero palazzetto a viale Aventino, a Roma, dove Berlusconi poi allestì la redazione del Tg5. Per rientrare in Rai dovetti aspettare un anno e mezzo, chiuso nella mia casa di Morlupo, piegato da un esaurimento nervoso. Perché io non sono mai stato socialista ma democristiano. Ragione per cui, infatti, voterò Renzi alle primarie del Pd».
(Estratto di un’intervista rilasciata al Corriere da Pippo Baudo lunedì 10 settembre 2007, poche ore dopo il primo V-day di Grillo a Bologna.
Folle osannanti.
«Ma un Paese non si migliora con le battute di un comico, si migliora facendo politica».
Lei è preoccupato per Grillo.
«Vede: nei Girotondi di Moretti, per capirci, già mi sembrava ci fosse molta più sostanza. Stavolta... Io voglio bene a Beppe. Non voglio che si faccia male» ).
Fabrizio Roncone, Corriere della Sera
«Una cattiveria sorprendente»
Il conduttore che «scoprì» il comico: dopo di lui la Rai cacciò me
Pippo - 77 anni, leggenda della televisione italiana - ci è rimasto male. Beppe Grillo, infischiandosene di ogni forma di riconoscenza, lo ha sottoposto al solito trattamento che riserva ai nemici. «Mi ha definito un leccapiedi, un don Abbondio, un presentatore quasi vivente.. Non me lo merito, no», dice adesso Pippo Baudo (lo conoscete: ha messo su quella voce un po’ cavernosa di quando è triste, e anche lo sguardo, una maschera di amarezza, grigia, lunga).
L’antefatto è abbastanza noto: sabato scorso, ospite a Otto e mezzo su La7 , Baudo, tra amarcord e politica, ha fatto un paio di considerazioni che, per altro, sono le stesse di numerosi osservatori del fenomeno grillino.
La prima: «Sembra che Beppe sia la spalla di Casaleggio» (e Casaleggio, in effetti, è considerato una sorta di ideologo del Movimento 5 Stelle).
La seconda: «Finora i parlamentari di Grillo non hanno inciso. Si muovono, fanno casino...».
Grillo ha risposto sul suo blog teorizzando «la pippite». Sentite. «Baudo è tornato. Un ritornante, un presentatore quasi vivente. Ha attaccato il M5S e leccato il culo a Renzi. Ha spiegato di essere stato cacciato dalla Rai per colpa mia, quando il cacciato fui io e lui slinguò Bettino Craxi, tremante, dissociandosi... La pippite è una malattia dell’animo».
Pippo, non stia così, forza.
«La cattiveria di Grillo nei confronti del prossimo è sorprendente. Chiunque non gli sia fedele, finisce in un mondo di morti, fantasmi, cadaveri che camminano...».
Piace, così, a milioni di italiani.
«Mah. I suoi parlamentari sono stati candidati praticamente a caso. E i risultati si vedono. Cos’hanno cambiato? Sono saliti sul tetto di Montecitorio, va bene, e poi? E comunque, guardi, a me non interessa granché la vicenda politica... Mi feriscono gli insulti personali...» (a questo punto, a Pippo la voce inizia un po’ a tremare).
L’antefatto è abbastanza noto: sabato scorso, ospite a Otto e mezzo su La7 , Baudo, tra amarcord e politica, ha fatto un paio di considerazioni che, per altro, sono le stesse di numerosi osservatori del fenomeno grillino.
La prima: «Sembra che Beppe sia la spalla di Casaleggio» (e Casaleggio, in effetti, è considerato una sorta di ideologo del Movimento 5 Stelle).
La seconda: «Finora i parlamentari di Grillo non hanno inciso. Si muovono, fanno casino...».
Grillo ha risposto sul suo blog teorizzando «la pippite». Sentite. «Baudo è tornato. Un ritornante, un presentatore quasi vivente. Ha attaccato il M5S e leccato il culo a Renzi. Ha spiegato di essere stato cacciato dalla Rai per colpa mia, quando il cacciato fui io e lui slinguò Bettino Craxi, tremante, dissociandosi... La pippite è una malattia dell’animo».
Pippo, non stia così, forza.
«La cattiveria di Grillo nei confronti del prossimo è sorprendente. Chiunque non gli sia fedele, finisce in un mondo di morti, fantasmi, cadaveri che camminano...».
Piace, così, a milioni di italiani.
«Mah. I suoi parlamentari sono stati candidati praticamente a caso. E i risultati si vedono. Cos’hanno cambiato? Sono saliti sul tetto di Montecitorio, va bene, e poi? E comunque, guardi, a me non interessa granché la vicenda politica... Mi feriscono gli insulti personali...» (a questo punto, a Pippo la voce inizia un po’ a tremare).
Fu lui, nel 1976, a scoprire artisticamente Grillo. Un paio di amici gli avevano detto: a Milano, a corso Sempione, in un locale che si chiama Bullona, si esibisce un certo Grillo, merita un’occhiata. Pippo va, e si ritrova in una sala deserta, con Grillo fermo sul palco. Pippo allora fa per andarsene, ma Grillo scende e gli dice: «Dove va? Io lo spettacolo lo faccio lo stesso». Seguono due ore strepitose. Pippo porta Grillo in Rai, e lo lancia. Un trionfo. Finché non arriva l’edizione di Fantastico del 1986 e Grillo cambia repertorio, tocca la politica. Un botto.
Pippo, cosa accadde?
«Allora: una delegazione di politici era andata in Cina. Andreotti accompagnato solo dalla moglie, Craxi seguito da una corte. Così, Grillo, in diretta, se ne uscì con la celebre battuta: “C’è Martelli che dice a Craxi: scusa Bettino, se è vero che i cinesi sono oltre un miliardo e tutti socialisti, ma allora a chi rubano in questo Paese?”».
Craxi si infuriò.
«Letteralmente. Ma io non lo slinguai, come dice Grillo. Anzi: se Beppe fu cacciato dalla Rai, dopo poco toccò a me. Così accettai la generosissima proposta economica di Berlusconi, che mi chiamò a dirigere tutte le sue tivù e i suoi big dell’epoca: da Corrado a Bongiorno, a Costanzo... Ma durò poco. Rescissi il contratto pagando una penale pazzesca: cedetti un intero palazzetto a viale Aventino, a Roma, dove Berlusconi poi allestì la redazione del Tg5. Per rientrare in Rai dovetti aspettare un anno e mezzo, chiuso nella mia casa di Morlupo, piegato da un esaurimento nervoso. Perché io non sono mai stato socialista ma democristiano. Ragione per cui, infatti, voterò Renzi alle primarie del Pd».
(Estratto di un’intervista rilasciata al Corriere da Pippo Baudo lunedì 10 settembre 2007, poche ore dopo il primo V-day di Grillo a Bologna.
Folle osannanti.
«Ma un Paese non si migliora con le battute di un comico, si migliora facendo politica».
Lei è preoccupato per Grillo.
«Vede: nei Girotondi di Moretti, per capirci, già mi sembrava ci fosse molta più sostanza. Stavolta... Io voglio bene a Beppe. Non voglio che si faccia male» ).
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martedì 29 ottobre 2013
Lerner: M5S primo partito alle europee
da Repubblica di martedì 29 ottobre 2013
di Gad Lerner
Il manifesto di convocazione del Vday si chiude con l’indicazione di questo obiettivo: “Vogliamo vincere le prossime elezioni, a iniziare da quelle europee”. Non si tratta di una boutade, ma di un calcolo fche tiene conto anche del sistema proporzionale con cui si voterà nel maggio 2014. Grazie ad esso, vi sono ragionevoli possibilità che una campagna elettorale impostata sulla contrapposizione “Europa sì- Europa no” veda imporsi come partito di maggioranza relativa la formazione grillina. Che confida di avere buon gioco nell’indicare il governo delle larghe intese, e la sua sudditanza ai diktat di Bruxelles, come i responsabili della crescente sofferenza sociale.
La stessa contrarietà dichiarata da Grillo all’abrogazione del reato di immigrazione clandestina, conferma questo suo proposito: vuole assecondare la sindrome da invasione straniera, impersonata altrove dai partiti populisti e xenofobi antieuropei, per offrirsi così come punto di riferimento all’elettorato di destra in libera uscita. Punta anche lì a fare il pieno di voti. Ma ben oltre tale corrività strumentale, il progetto di Grillo è ambizioso: esso mira infatti a una clamorosa bocciatura per via elettorale di quegli “stupidi” parametri con cui, vent’anni fa a Maastricht, si diede vita a una Unione prima finanziaria e monetaria che politica; parametri inaspriti ulteriormente, sotto i colpi della recessione, con i vincoli di bilancio pretesi dalla cancelleria di Berlino e con il rubinetto della liquidità creditizia gestito dalla Banca Centrale di Francoforte.
Grillo sa di riscuotere vasto consenso quando parla di “tributo di sangue” imposto dall’Europa all’Italia. Nella sua propaganda, “Imu, Iva, Tarsu, Tares, Trise sono il frutto della religione dell’austerità”. Poi, nel 2016, entrerà in vigore il Fiscal Compact, col quale “siamo condannati a trovare ogni anno 50 miliardi per i prossimi vent’anni”. Senza peraltro che ciò garantisca il ripianamento del nostro debito pubblico.
Ecco l’argomento anti-Ue grazie a cui Grillo confida di imporsi come maggioranza relativa in Italia: le enormi cifre che l’Europa ci impone di versare, da sole “basterebbero a riavviare la nostra economia e a fare del nostro paese uno Stato florido”. Dunque l’Europa sarebbe un impedimento anziché la levatrice della nostra rinascita.
Demagogia? Non c’è dubbio, ma efficacissima. Tanto più se la mettiamo a confronto con la confidenza sfuggita alla Sorbona di Parigi, venerdì scorso, al nostro primo ministro Enrico Letta: “Dirò qualcosa di impopolare, ma se non avessi avuto lo scudo comunitario, non avrei potuto dire no a chi in Italia faceva pressione per aumentare il debito”.
Mi chiedo se, oltre che “impopolare”, quella di Letta non sia anche una dichiarazione d’impotenza. Lo stesso argomento, peraltro, fu usato in pubblico da Berlusconi nell’estate 2011, quando si rallegrò di aver ricevuto per lettera dalla Bce l’imposizione di provvedimenti che il suo governo altrimenti non sarebbe stato in grado di varare.
Qualora la contrapposizione rimanesse così brutalmente semplificata –da una parte Grillo che propone la sconfessione dei trattati europei; dall’altra il governo che si trincera dietro lo “scudo comunitario” pur di non rivedere i vincoli di bilancio- temo che l’esito delle elezioni europee sia segnato: col partito dell’austerità destinato alla sconfitta, Renzi o non Renzi. Più difficile è immaginare quali effetti traumatici sortirebbe, su tutta l’Unione, la vittoria di un movimento antieuropeo in un grande paese come Italia.
E’ per questo che oggi appare così drammatica l’irrilevanza cui sembra condannato il progetto sociale e politico di una sinistra europeista. Viviamo un passaggio storico cruciale in cui sembrerebbe che l’Europa dei cittadini indebitati, dei giovani disoccupati, del ceto medio impoverito, del Quinto Stato in cui confluiscono milioni di lavoratori parasubordinati, autonomi, precari, possa trovare solo nel populismo nazionalista uno sbocco politico al suo malessere.
Non solo. Viviamo anche un passaggio generazionale. Dopo l’europeismo dei padri fondatori, dopo la visione sociale di Delors e Prodi, dopo il cosmopolitismo sessantottino dei Cohn-Bendit, Langer, Fischer, Michnik, è come se ci fosse un vuoto di cultura della cittadinanza e del comune destino europeo. Ancor più evidente in Italia.
La personalità più riconosciuta sul piano continentale della sinistra italiana, Giorgio Napolitano, nella sua veste di garante istituzionale, è divenuto il principale interlocutore dei partner dell’Unione, e come tale appare proteso in un faticoso impegno di salvaguardia degli architravi comunitari vacillanti, che non offre margini di manovra. Non a caso privilegia il rapporto con il governatore Draghi.
Sarebbe prezioso che in campagna elettorale emergesse una visione europeista disincagliata dai parametri di Maastricht e dal Fiscal compact: unica vera alternativa al catastrofismo no-euro di Grillo, nutrito dai fallimenti di una tecnocrazia che s’illude ancora di trovare riparo dietro allo “scudo comunitario”.
E’ per questo che oggi appare così drammatica l’irrilevanza cui sembra condannato il progetto sociale e politico di una sinistra europeista. Viviamo un passaggio storico cruciale in cui sembrerebbe che l’Europa dei cittadini indebitati, dei giovani disoccupati, del ceto medio impoverito, del Quinto Stato in cui confluiscono milioni di lavoratori parasubordinati, autonomi, precari, possa trovare solo nel populismo nazionalista uno sbocco politico al suo malessere.
Non solo. Viviamo anche un passaggio generazionale. Dopo l’europeismo dei padri fondatori, dopo la visione sociale di Delors e Prodi, dopo il cosmopolitismo sessantottino dei Cohn-Bendit, Langer, Fischer, Michnik, è come se ci fosse un vuoto di cultura della cittadinanza e del comune destino europeo. Ancor più evidente in Italia.
La personalità più riconosciuta sul piano continentale della sinistra italiana, Giorgio Napolitano, nella sua veste di garante istituzionale, è divenuto il principale interlocutore dei partner dell’Unione, e come tale appare proteso in un faticoso impegno di salvaguardia degli architravi comunitari vacillanti, che non offre margini di manovra. Non a caso privilegia il rapporto con il governatore Draghi.
Ma nel frattempo chiunque da sinistra, con finalità di giustizia sociale, adombri una revisione dei trattati e un allentamento della politica di bilancio, rischia l’accusa di sovversivismo. Neanche l’appello del Gruppo Spinelli del Parlamento di Strasburgo, primi firmatari Daniel Cohn-Bendit e Guy Verhofstadt, “per una rivoluzione post-nazionale in Europa”, ha finora trovato sostenitori in Italia. Esso afferma che “gli Stati nazionali hanno avuto un ruolo molto importante nella civilizzazione europea ma adesso sono superati”. Contrappone al nazionalpopulismo dilagante l’attualità degli Stati Uniti d’Europa. Individua nella Grecia e nel suo dramma l’epicentro su cui rifondare una nuova comunità di destino europeo. Qualcuno gli darà retta?
Sarebbe prezioso che in campagna elettorale emergesse una visione europeista disincagliata dai parametri di Maastricht e dal Fiscal compact: unica vera alternativa al catastrofismo no-euro di Grillo, nutrito dai fallimenti di una tecnocrazia che s’illude ancora di trovare riparo dietro allo “scudo comunitario”.
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